Respiro (poesia)

 Respiro,

Il mondo è in apnea

ma io respiro,

automatismi urbani

politicamente corretti

soffocano i palpiti della mente,

catene ovunque vengono invocate

e applaudite le mani del carceriere

che stringono il mio collo,

ma io respiro.


L'aria che non passa tra il cemento

dei docili palazzi della City

puzza di afa rancida e vecchiume,

finestre spalancate sulla strada

e sull'oblio dentro le case degli schiavi

chiuse a doppia mandata per paura

di perdere un altro po' di nulla.


Io respiro,

perché mi manca il fiato

e sono vivo,

nessuna lapide mi sta aspettando,

crematemi se accade e poi nel vento,

gettatemi nel vento che respiro.

Riportare il mondo della vita nella tecnologia

"Riportare il sole, il vento, la terra, il mondo della vita nella tecnologia, tra i mezzi necessari all'uomo per la sua sopravvivenza, significa restaurare, in senso rivoluzionario, il legame tra l'uomo e la natura. Restituirgli un senso di dipendenza che contribuisca a valorizzare il carattere unico e distintivo di ogni comunità regionale – di dipendenza, cioè, non generalizzata, ma legata a una regione specifica con caratteristiche peculiari – significa compiere un passo decisivo in direzione di un mutamento radicale di tipo ecologico. Si instaurerebbe così un vero sistema ecologico, basato su un complesso di risorse naturali in un rapporto delicato e perfetto di interdipendenza reciproca, oggetto continuo di analisi, di sperimentazione e di oculate trasformazioni."

Murray Bookchin

Comfort zone

Non tutti cercano allievi, discepoli, adepti. Perché non tutti voglio essere maestri. Sanno che non hanno nulla da insegnare o da spiegare, niente da dimostrare o argomentare.

Non c'è nessuna Tradizione, nessun Sapere iniziatico, nessun sistema filosofico.
Nulla da ascoltare? Si, c'è solo il Nulla da ascoltare.
Nulla da vedere? Si, c'è solo il Nulla da vedere. Non al cinema, però: non lo danno in quelle splendide sale piene di comfort, aria condizionata e pop corn.
Quello che c'è da ascoltare, da vedere, da conoscere, da vivere è davanti ai nostri piedi, se abbiamo voglia di camminare fuori dai sentieri battuti. Se abbiamo il coraggio di rompere con la tradizione, il codice, la consuetudine, la moralità sociale, il sistema dominante.

L'Uomo Libero avanza fuori dalla propria comfort zone, senza sospiri per un passato mitizzato e senza programmi per un futuro immaginifico.
Perché la Libertà è così: senza nostalgie e senza speranze.

Zero Denominatore

Sembra vi sia una dicotomia: o si è sovranista, o si è globalista, tertium non datur.

Il Sovranista ama la "sua" terra, la "sua" patria, il "suo" Popolo, la "sua" bandiera, il "suo" dio. Egli ha un posto nel mondo: il "suo" mondo, un pezzo di terra minuscolo sul globo terracqueo. 

Il Sovranista è pronto a scagliarsi contro tutto ciò che non appartiene al "suo" mondo, che viene visto come una minaccia.

Forse un giorno comprenderà che il "suo" mondo non è suo nemmeno un po' e che lui è solo un servo, un utile idiota nelle mani di chi davvero è proprietario del mondo. 

Forse, ma ne dubito.

Poi c'è il Globalista. Il cittadino del mondo. Anywhere in the world. Il suo Popolo è l'intera umanità, la sua Patria è tutto il pianeta, la sua bandiera ha tutti i colori. Il Globalista non vede minacce, condanna i conflitti, non ama le lotte, figurarsi le rivolte o le rivoluzioni. È pacifista, spesso nonviolento, quasi sempre gandhiano.

Forse un giorno capirà che il mondo non si cambia con gli scioperi della fame e con le mani dipinte di bianco, quando il Potere usa i manganelli e i proiettili.

Forse, ma ne dubito.

Questa dicotomia non esiste, è fasulla. Sovranista e Globalista stanno dalla stessa parte del fiume. Vivono nello stesso mondo, ragionano per proprietà, per leggi, per bandiere, per etichette, per divinità (religiose o laiche).

Io preferisco quelli che stanno sull'altra sponda. Quelli nascosti nel Bosco. Quelli che non hanno nulla di "mio", padroni di nulla e servi di nessuno. Quelli che non hanno affermazioni da fare, ma solo negazioni. Quelli che non hanno verità da  professare, ma esperienze da vivere.

Quelli che sono altro. L'Eccezione. Lo Zero Denominatore, diviso per il quale ogni numero diventa infinito.

Quelli che sono ovunque, ma fuori.

Anywhere, out of the world.

Senza

Non appartengo che a una comunità: quella dei Senza. Senza numi tutelari, senza padri fondatori, senza bandiera colorate, senza confini inventati, senza segni distintivi, senza etichette. 

Agli occhi dei cittadini, la comunità dei Senza compare e scompare, si popola e si estingue, ciclicamente. Quando l'identità di un secolo va fuori corso, quando la sedicente civiltà attraversa un nuova crisi, ecco comparire i Senza.

In realtà ci sono sempre stati. Direttori d'orchestra o primi violini, la loro Sinfonia è scandita dal ritmo del Nulla. Le orecchie della cosiddetta società civile sono sorde a queste note. 

La loro è la Sinfonia del Crollo. Tutto trema, essi no. Perché conoscono la furia distruttrice del Nulla, ma anche l'infinita Libertà che genera. 

E quel veleno che spaventa la società, quel veleno contro cui il Potere non ha ancora trovato un antidoto, scorre nelle loro vene. 


Oltre nessuna linea

Ci riempiono la testa di obiettivi da raggiungere, di livelli da superare, di linee da oltrepassare.

E noi ci convinciamo che la nostra essenza sia in quell'obiettivo, sopra quel livello, oltre quella linea.

Quando poi rompiamo il giogo e conosciamo, anche se per un solo istante, la gelida fiamma della Libertà, comprendiamo che la nostra essenza non ha una linea da superare.

Sono io il mio obiettivo, la mia linea sono io. 

La fratellanza dell'ira

"La dialettica radicale non getta la parola come una bottiglia vuota: una comune sapienza insegna ogni giorno agli insorti di quale uso creativo si ricarichino le bottiglie. È questa stessa la sapienza che qui prende la parola: essa non ha da comunicare ad altri che al suo bersaglio. La fratellanza dell’ira non ha bisogno di dottori. Sappiamo tutto di noi, da quando sappiamo che ognuno di noi è il semplice contrario di tutto ciò che lo nega. Nella dialettica radicale, parla una coscienza che si separa per sempre dall’infelicità."

Il Rovescio

Promessa

"Gli anarchici non promettono niente a nessuno. Gli anarchici vogliono solo che le persone siano consapevoli della propria situazione e si afferrino la libertà per se stesse."
                                                                                          (Marusja Nikiforova)

Le persone sono ossessionate dal Dopo. Non muovono un dito se non sanno cosa c'è Dopo. I politicanti lo sanno bene e non fanno altro che prometterne uno:
Dopo le elezioni, faremo...
Dopo aver vinto, realizzeremo...
Dopo questa fase, inizieremo...

La gente crede a queste promesse. In larga parte.
Di conseguenza non crede a chi invece non fa promesse. A chi non ha una soluzione prestabilita, un copione già scritto, un disegno già pronto.
Non crede a chi vuole lasciare il foglio bianco, perché ognuno possa disegnarci sopra. In libertà, in autonomia e, perché no, insieme a qualcun altro.

Io ho deciso di non promettere. Non ho certezze incrollabili, non ho verità in tasca, non ho ricette sociali, politiche, culturali, economiche per ciò che avverrà Dopo.
A me interessa il Durante. Hic et nunc, non chiedo altro.

Cosa verrà Dopo? Spero Rovine.
Perché solo sulle Rovine si potrà costruire qualcosa di veramente nuovo.


Ombra

"Il nulla è l'ombra di Dio", diceva Dàvila.
Si sbagliava.

Per fare ombra, qualcuno o qualcosa deve esistere. Non è il caso di Dio.

Per esserci ombra, qualcosa o qualcuno deve fare luce, dice la vulgata. Ma la luce non è altro che assenza d'ombra. È una imperfezione del Nulla. Può essere piacevole, inebriante, ma anche accecante, menzognera. 

Il Nulla è l'ombra.
Punto.
Basta così.

20 anni oggi. Non dimentiCARLO.

"Indomita Genova, le lacrime di luglio, infondere paura come forma di controllo"
 (Linea 77, Fantasma)

Quel luglio era vent'anni fa. Eravamo tutti vent'anni più giovani, avevamo vent'anni di esperienza in meno, vent'anni di pensieri in meno, vent'anni di stanchezza in meno. L'unica cosa che non è diminuita è la Rabbia. Magari oggi sappiamo tenerla più a bada, sappiamo morderci la lingua quando bazzichiamo la periferia della sedicente "società civile" ed evitiamo di azzannare alla giugulare l'ennesimo interlocutore stronzo che incontriamo sul nostro cammino. Uno che non fa differenza tra NoTav e NoVax, tanto per restare all'attualità.

Allora no, era diverso. Allora si voleva urlare, camminare, correre, scrivere, suonare, cantare, creare, dipingere la nostra Rabbia. Perché ci stavano fregando il presente e il futuro, ce n'eravamo accorti tutti, ma la narrazione mainstream faceva già presa sui più pavidi di noi. Meglio una confortevole bugia che un dura verità. E se la confortevole bugia viene rafforzata a colpi di manganellate, di ossa spaccate, di testicoli fracassati, di setti nasali deviati, beh... ce la faremo piacere ancora di più.

Oggi sono vent'anni che in Italia si è verificata "la più grave sospensione dei diritti democratici in Europa dopo la seconda guerra mondiale": a dirlo fu Amnesty International, non proprio un network internazionale di Black Bloc.

Già, il Black Bloc. Il Blocco Nero. Esisteva prima di Genova ed esisterà dopo.
Infiltrati dalla polizia? Non mi stupirei.
Anarchici? Certo che si, ma di un'Anarchia antisociale, un nichilismo anarchico distante dall'anarchismo "classico", quello più conosciuto.
Violenti? No, loro stessi controbattono: Non siamo violenti, siamo vandali. Non fracassiamo ossa, ma vetrine. Non incendiamo corpi, ma lamiere. 
A che serve? Perché? Domande stupide. L'utilità dell'azione non è contemplata, "siamo anarchici di prassi, non di teoria" erano soliti e sono soliti dire; la motivazione è sempre la stessa: negare. Negare che questo mondo possa essere cambiato. 

Un altro mondo è possibile? Naaaaaah...
Un altro mondo è necessario? Assolutamente.
Per realizzarlo, però, bisogna prima ridurre in macerie l'esistente.
Dalle rovine del vecchio mondo potrà nascere un nuovo mondo, non altrimenti.

Se i violenti coi caschi blu avessero battagliato coi vandali in tuta nera, probabilmente in tanti non avrebbero avuto nulla da obiettare. Anzi, c'è da giurare che in molti avrebbero tifato per i primi, ché il Blocco Nero non gode certo di grandi simpatie dentro le manifestazioni.
Invece i violenti coi caschi blu consentirono ai vandali in tuta nera di sfondare, distruggere, disintegrare qualsiasi cosa. Senza muovere un dito. Poi passava Mani Tese o la Rete di Lilliput... e giù manganellate come se non ci fosse un domani. Mani dipinte di bianco si tinsero di rosso. Rosso sangue.

Napoli era stata la prova generale di Genova. La Raniero e la Pastrengo come Bolzaneto. Poi ci sarà anche la Diaz, la macelleria messicana, di cui non si conoscerebbe la verità se a essere massacrati, tra i tanti, non ci fossero stati anche i giornalisti di mezzo mondo.
Ricordate le prove inventate? Le mazze prese da cantiere e mostrate come se fossero state ritrovate nella Diaz? Ricordate le molotov realizzate ad arte per essere mostrate alle telecamere? Chi ha gestito Bolzaneto, chi ha deciso e diretto la Diaz, chi ha curato l'organizzazione e la gestione dell'ordine pubblico a Genova, non è stato cacciato a calci in culo insieme a qualche centinaio di vespasiani in divisa, come sarebbe dovuto accadere in un Paese civile.
No, sono rimasti tutti lì, al loro posto. Come gli assassini di Aldrovandi o di Cucchi. Nessuno gli ha tolto la divisa e il distintivo. Anzi, in molti hanno fatto carriera. I loro servigi per Genova andavano premiati...

Ero presente a Napoli. A Piazza Municipio, a Largo di Palazzo. Ho visto coi miei occhi la violenza inumana, oserei dire chimicamente forsennata, dei "tutori dell'ordine". Non andai a Genova, causa impegni personali. Chi ci andò vide le stesse scene di Napoli, ma all'ennesima potenza. Napoli era stata la prova generale, Genova la rappresentazione finale. Il colpo di grazia. Il colpo di pistola. Se fosse morto uno dei loro, sarebbero stati contenti. Invece morì un ragazzo con passamontagna ed estintore: rappresentazione perfetta del manifestante violento. A sparare, secondo la cosiddetta Giustizia italiana, fu un carabiniere alle prime armi, al quale sabotarono i freni qualche anno dopo e per poco non rimaneva ucciso, ma sono solo coincidenze, si sa... 

A morire fu un ragazzo con passamontagna ed estintore, ma non fu sufficiente. Dovettero prima dire che fu ucciso da un sasso, lanciato da un altro manifestante. Poi che ad ucciderlo fu una pallottola sparata in aria che colpì il tettuccio del defender, fu deviata dall'estintore e, dopo una parabola a foglia morta, fracassò il cranio del ragazzo. 

Quando uno dice menzogne è perché ha qualcosa da nascondere. Perché ha la coscienza sporca come l'asfalto macchiato di sangue, come l'aria irrespirabile dei lacrimogeni, come le urla di chi viene manganellato senza aver fatto nulla.
Non esiste menzogna senza colpa, figlio mio. Non dimentiCARLO mai.


Follia

C'è chi ha scritto un elogio alla follia.
C'è chi non lo ha mai letto, ma si atteggia a folle. Solo quando la follia si porta, è di moda, è trendy.
Altrimenti Erasmo da Rotterdam può tornare a essere un terzino del Feyenoord, chi se ne fotte.

Una follia per amore? Ce n'è una, una soltanto: amare. Volete fare una follia per amore? Amate alla follia. 

La follia del Corvo. Tornare dalla Morte, in mezzo ai vivi. Che sono tutti morti, solo che ancora non lo sanno. 

La follia del Joker. Ha tanti ammiratori e pochissimi seguaci. Non tanto materialmente - posso capire la difficoltà -, ma persino filosoficamente.

La filosofia è cosa inutile, dice la plebaglia, che non è manco degna di essere chiamata Plebe.
Con la filosofia non si mangia, afferma la Massa beota.
E chi non è d'accordo con queste due affermazioni è un Folle, un reietti, un disadattato.
Meglio così. Decisamente meglio così. 

"Un'esistenza che non nasconda una grande follia è priva di valore" 
(E. Cioran, "Al culmine della disperazione") 

John Teller

"Avevo sedici anni, facevo l'autostop al confine col Nevada. La citazione era scritta su un muro con la vernice rossa. Quando vidi quelle parole fu come se qualcuno me le avesse strappate da dentro la testa:

"Anarchia significa liberazione della mente umana dal dominio della religione, liberazione del corpo umano dal dominio della proprietà, liberazione dalle catene e dalle restrizioni del governo. Significa un ordine sociale basato sulla libera associazione degli individui." 

Il concetto era puro, semplice, vero. Fu un'ispirazione, accese un fuoco dentro di me. Ma alla fine imparai la lezione che avevano imparato la Goldman, Proudhon e gli altri, e cioè che la vera libertà richiede sacrificio e dolore. Le persone pensano solo di volere la libertà, in realtà agognano la schiavitù dell'ordine sociale, leggi rigide, materialismo. L'unica libertà che l'uomo desidera è la libertà di stare bene."

Logorio

Una delle massime maggiormente utilizzate dai conservatori e dai reazionari è "il Potere logora... chi non ce l'ha!". In questa frase viene espressa in maniera ironica una verità a cui, chi esercita il Potere, crede ciecamente. E ci credono anche i tanti che anelano il Potere, lo desiderano come l'Anello di Tolkien.
Perché il Potere a quello serve: a domare, a ghermire, a incatenare.

Per questo motivo, chiunque eserciti il Potere è schiavo dello stesso. Il sovrano, sia esso una persona o uno Stato, ossia una oligarchia di persone, anche quando è Legibus solutus, resta comunque schiavo del Potere. Non sarà mai completamente libero.
Eguale schiavitù subiscono, anzi accettano, coloro i quali desiderano il Potere. Per questi mendicanti delle classi medioalte, per questi accattoni in giacca e cravatta, per questi morti di fame col portafoglio più o meno gonfio, la bramosia di Potere assurge a essenza delle loro esistenze, a scopo vitale, a obiettivo principale e ultimo.
Sovrani o sudditi, tutti sono schiavi del Potere: i primi perché devono esercitarlo e, per questo, vogliono conservarlo; i secondi perché vogliono conquistarlo e, in seguito, esercitarlo.

Il Potere è sempre azione. E' schiavo dell'azione. Chi ha il Potere non può non fare. Il Potere di non fare niente è una mera illusione. Un potere che non esercita azione, un potere non esercitato non è Potere.
La schiavitù dell'azione è antitetica alla libertà della non-azione. I buddisti la chiamano wei wu wei, azione senza azione. Non è semplice astensione dal fare, ma volontà di accordarsi con i battiti del divenire, che poi sono i palpiti del Nulla. E' la legge della Cedevolezza su cui è basato il Jujitsu: abbattere il Potere attraverso la sua stessa forza.
Il Potere è sempre azione, coercizione, imposizione. Non può non esserlo, anche se mosso dalle più nobili intenzioni.

Il Potere logora.
Sempre, coloro che lo detengono.
Sempre, coloro che non lo detengono... ma vogliono averlo.

Esistono, però, anche quelli che non hanno nessun desiderio di Potere. Quelli che sanno che "non esistono poteri buoni" e che anche il Potere più filantropo e solidale che possa essere immaginato è comunque frutto di coercizione, di dominio, di gerarchia.
Esistono quelli che disprezzano la gerarchia, combattono il dominio, fuggono dalla coercizione. 
Per loro 

Essi non vogliono il Potere. La loro volontà esercita la Potenza, non il Potere. 
Proprio perché la loro volontà non desidera ciò che tutti chiamano Potere, essa è così potente! Tanto potente da riuscire a essere iconoclasta, a cancellare consuetudini, a disintegrare muri e colonne, ad abbattere i vecchi idoli.

Essi sono gli unici realmente liberi. Essi sono gli Unici, realmente liberi.
Perché sanno riconoscere la carica nichilista di ogni Potere.
E' quella carica, quel nichilismo a produrre dolore, schiavitù, logorio.

"Il Potere logora chi non ce l'ha. Perché vorrebbe averlo.
Se uno smette di volere il Potere, avrà la Libertà."

Dopo

"L'Immortalità è la perpetuazione in eterno di un Grande Errore.
Noi dobbiamo morire, perché solo così avremmo vissuto."

La Morte spaventa. Perché non si conosce e ciò che non conosciamo ci fa paura.
Nessuno è mai tornato dall'Ade o dal Valhalla a raccontarci cosa ci sia "dopo". Tutti sperano che "dopo" ci sia comunque qualcosa o, perché no, qualcuno. Un nostro antenato, un nostro amico, il nostro Amore.
Non esiste civiltà che non abbia avuto, tra i propri miti fondativi, quello del Dopo. Se possiamo accettare che il nostro corpo cessi di esistere qui, su questo mondo, ci riesce più difficile accettare che la stessa sorte tocchi anche all'anima, allo spirito.
Tutti desiderano un'anima immortale, incorruttibile dal tempo e dallo spazio, che possa veleggiare sui venti dell'esistenza. Finalmente libera.
La vita sembra avere senso se si ammette che non finisce con la morte, ma che anzi continui, si perpetui, sino alla fine dei giorni.

E' arrivato il momento di dire NO. E' giunta l'ora di negare l'esistenza di un Dopo.
La giostra finisce hic et nunc, su questa terra. Ognuno fa i suoi giri - qualcuno ne farà purtroppo pochi, qualche altro decisamente troppi! - e poi la giostra si ferma. E non riparte più. Per tutti e per ciascuno.
Dobbiamo imparare ad amare la Vita per quella che è: un Momento, una pausa, un interludio. Può essere un Momento delizioso o tragico, talvolta dipende persino da noi, ma è pur sempre un Momento. 
La vita è l'Eccezione, il grande errore del Nulla.
Se fossimo immortali, nel corpo come nello spirito, questo grande errore sarebbe perpetuo.
E lo stesso farebbe anche il nostro errore: pensare che la vita abbia un senso solo se non termina con la morte, ma se c'è un Dopo.

No, non è così, anzi non deve essere così.
Non è valicando i confini della Morte, invadendola con la nostra immortalità, che la Vita assume valore.
Al contrario: è proprio valicando i confini della Vita e addentrandoci nell'immortalità della Morte che la nostra Vita si compie. Perché si conclude.
E di noi, forse, non rimarrà altro che un ricordo.
Tra polvere e ossa.

La mente seguirà

Tutti hanno demoni e qualche tipo di debolezza. Io, tu, chiunque stia leggendo.

Siamo educati ad "accettare" la nostra debolezza, ma come? Accettalo come parte di te stesso, perfetto così come sei, hai solo bisogno di essere amato.

Cazzo no.

Dire "accetta te stesso" significa ammettere che odi qualcosa di te stesso. Significa che c'è qualcosa di sbagliato che non sei in grado di accettare.

Se vuoi veramente amare te stesso, migliora. Trova la volontà di superare ciò che odi con un po' di disciplina, inizia dalle piccole cose quotidiane.

C'è solo una vita e la stai spendendo fidandoti di slogan solo per sentirti un po' meglio e cercando di dimenticare quanto ti odi.

La debolezza e la paura sono essenziali: accettale, ma per vincerle, dominarle. Finché non cercherai di accettare ciò che odi, la paura ti dominerà, e tu non sarai altro che un debole, il peggior tipo di debole, colui che decide volentieri di essere uno. E potresti non essere abbastanza fortunato da avere qualcuno di forte vicino a te.

Eracle che uccide l'Idra, Thor che uccide i giganti, Ülgen che combatte i demoni di Elrik. Sono tutti simboli di forza che trionfa sull'ego e sulla paura, e come ogni atto di forza chiedono un momento di rischio e un'esistenza di allenamento.

Quei miti vivono dentro di te, nella mente e nel sangue, e sono qui per ricordarti che sei più forte e più audace di qualche slogan da social network facile da vendere.

La grande macchina sta cercando di farti sentire al sicuro e ok.
Cerca invece di vivere al di fuori della sicurezza.
Cerca i luoghi del potere, dell'onore e delle leggende.

Inizia con il tuo corpo e la tua mente seguirà.

Leo, Dire Dogs

Tra vette e abissi

Abbiamo appena iniziato a camminare sulle nostre gambe quando cominciano ad inculcarci una "loro" verità, spietata e inconfutabile: in tanti possono vincere, solo in pochi riescono a confermarsi in vetta.
Ci riempiono di esempi, per farci comprendere che, se è difficile arrivare primi, al termine di un percorso, in cima a una montagna, è ancora più difficile rimanere in testa.

"Perché mai dovrebbe essere questo il mio scopo?", mi permetto di domandare a lorsignori.
Una volta che ho scalato la mia montagna e ho raggiunto la mia vetta, non voglio altro che il tempo necessario per contemplare la Bellezza davanti ai miei occhi e la Fatica dentro di me, quella fatica che mi ha portato a concludere quella impresa. Terminato questo momento di contemplazione, voglio scendere. Intraprendere il cammino a ritroso. Ritornare al campo base. E sognare nuove sfide, nuovi sentieri, nuove vette.
La mia gioia non è nel rimanere in vetta, ma nel raggiungerla. Nel guardare in basso, lasciandomi spaventare dall'altezza, e nel ridiscendere.

Lo stesso discorso non vale solo verso l'alto, ma anche verso il basso. Non solo verso le vette, ma anche verso gli abissi.
Una volta che ho raggiunto il punto più basso, il luogo ove la luce non giunge, il posto dove si sentono gorgogliare le viscere della Terra, non voglio rimanere lì. Lì sotto. Voglio, anzi devo volere, riguadagnare la superficie, tornare a galla, risalire sulla crosta terrestre e - perché no! - tornare nel Bosco.
La mia gioia non è nel rimanere in fondo all'abisso, ma nel raggiungerlo. Nel guardare in lato, dove il Sole continua a splendere, lasciandomi spaventare dalla profondità raggiunta, e nel risalire.

Ci inculcano che l'Essenza di ogni impresa non sia nel portarla a compimento, anche se solo per un istante. Osano persino definirlo "effimero", quell'istante. 
Eppure il nostro Spirito sa che non è così. Lo Spirito della Vita nega questa "loro" verità.
Perché tra vette e abissi, l'essenza della vita è nella Vertigine.

Comunista jüngeriano

Il mio rapporto con la Politica è sempre stato conflittuale.
Non tanto perché ho una innata tendenza ad avvicinarmi a partiti e movimenti politici che non arriveranno mai alla doppia cifra, ma soprattutto perché non ho grande fiducia - eufemismo! - nelle Masse.

Quando ho avuto una tessera di partito in tasca, su di essa c'era sempre una Falce e Martello.
La prof Serino, docente di matematica al liceo, sosteneva invece che io fossi anarchico. Inconsapevolmente anarchico.
Per molti compagni, invece, ero troppo "moderato"... oppure troppo "radicale"... in genere troppo "distaccato".

A tal proposito, in questi giorni mi è tornato in mente un episodio:

Ero al primo anno di università.
Avevo 17 anni e sostenni l'esame di Storia delle Dottrine Politiche.
Al termine del quale, ricevetti dall'assistenze del professore una delle definizioni politiche più affascinanti che abbia mai ricevuto:
"Lei" - mi disse - "è un comunista sui generis. Lei è un comunista jüngeriano ".

Comunista jüngeriano.
Potevo mai aspirare a qualcosa di meglio?

Bisogna essere Spartani

A Olimpia, una volta, durante lo svolgimento degli antichi giochi olimpici, un vecchio avrebbe voluto assistere alle gare, ma non trovava posto a sedere: girava qua e là per le tribune, e tutti lo deridevano respingendolo e sbeffeggiandolo. 

Quando però arrivò nel settore degli Spartani, tutti i giovani e molti uomini adulti si alzarono per cedergli il posto.

L’intero stadio reagì a questo gesto con un applauso e con grida di approvazione; il vecchio, scuotendo il capo canuto e il candido mento, disse fra le lacrime: "Povero me! Tutti i Greci sanno quel che è giusto fare, ma solo gli Spartani lo fanno".

Un racconto che dovrebbe farci comprendere le analogie di alcuni comportamenti contemporanei.

Per vivere nel giusto bisogna essere Spartani.

(Yuri Di Benedetto) 


Il piede calpestato

Può capitare di calpestare il piede o di far involontariamente male a qualcuno. Basta chiedere scusa e tutto si appiana.
Può capitare di dire una stupidaggine o di fare una gaffe. Basta chiedere scusa e la tensione si stempera.
Può capitare di non rendersi conto di un errore. Basta chiedere scusa e la soluzione si avvicina.

Quando, senza volerlo, procuriamo un dolore o facciamo del male al prossimo, non mostriamo debolezza se domandiamo scusa. Anzi, dimostriamo forza, consapevolezza, capacità di riflessione e di autocritica, maturità.

Oltre a essere consci di possedere uno dei tesori più rari dell'epoca postmoderna: l'Educazione.

L'Educazione è spesso sottovalutata e, molte volte, completamente travisata. Si tende spesso a ritenere "Educazione" l'aderenza a un'etichetta, a un codice, a norme di vario tipo. In realtà, l'Educazione è un modo di porsi, uno slancio emotivo, una dimostrazione (a noi stessi prima che agli altri) di crescita e di autogoverno, una consapevolezza dei limiti da non superare per poterne superare altri.

L'Educazione è prima di tutto educarsi, poi educare.

Il nemico è l'America

Negli istanti immediatamente successivi al Secondo Conflitto Mondiale, il filosofo tedesco Martin Heidegger, in un appunto recentemente apparso nella raccolta dei cosiddetti “Quaderni Neri”, avanzò l’ipotesi che il sistema introdotto dagli Alleati in Germania avrebbe finito per trasformarsi in una forma di dittatura ben più subdola rispetto a quella hitleriana. Così ebbe modo di scrivere nel suo diario: “Per quanto tremende da sopportare siano la distruzione e la devastazione che adesso sopraggiungono sui Tedeschi e sulla loro terra natia, tutto questo non raggiungerà mai l’autoannientamento che ora, nel tradimento al pensiero, minaccia l’Esser-ci”.

Nella seconda metà degli anni ‘60, il pensatore situazionista francese Guy Debord, definì l’ideologia democratica come la “libertà dittatoriale del mercato temperata dal riconoscimento dei diritti dell’uomo spettatore”. Essa è l’espressione di un mondo rovesciato in cui la realtà sorge nello spettacolo e lo spettacolo stesso diviene la sola unica realtà. “Questa reciproca alienazione – continua Debord – è l’essenza e il sostegno della società esistente”.

Ma le critiche alla democrazia non sono una prerogativa del XX secolo. Queste, infatti, non mancavano sin dai tempi dell’antica Grecia.

In un testo pubblicato nel 2018 dalle Edizioni all’insegna del Veltro sotto il titolo Il regime politico degli Ateniesi (Athenaion Politeia), l’autore considera la democrazia non come il “governo del popolo” ma come il governo delle canaglie (oi poneroi). D’altronde, che la democrazia fosse il peggiore dei regimi possibili l’aveva affermato anche Alcibiade, secondo cui tale sistema altro non era che una “follia universalmente riconosciuta”.

Non sorprende che tale follia abbia trovato la sua massima espressione moderna nell’emisfero occidentale, quell’“Occidente” che la mistica islamica definiva, in linea con l’idea greca di “governo delle canaglie”, come la “fossa dei reietti”. E non sorprende che la democrazia, sin dall’antichità, sia intrinsecamente collegata alla talassocrazia: al controllo del mare e dei flussi commerciali che scorrono su di esso.

Uomo Spirituale e Uomo Religioso

L'Uomo Spirituale è consapevole della propria inferiorità e incompiutezza. C'è, sopra di lui e fuori di lui, qualcosa di più potente e di più completo. C'è la Natura, le sue forze, il suo istinto di conservazione, la sua volontà, il suo ordine naturale. L'Uomo Spirituale riconosce che, oltre le ossa e la carne, c'è molto altro: spirito, demone, anima, pensiero, idea, sentimento, emozione, passione.

Non ha bisogno di altari d'oro e marmo: gli basta una pietra, un tronco d'albero, una insenatura.
Non ha bisogno di dogmi: vive la propria spiritualità naturalmente, semplicemente, umanamente.
Non ha bisogno di una gerarchia, di ministri del culto: può essere egli stesso sacerdote del culto.

L'Uomo Religioso, invece, è profondamente diverso. La sua spiritualità è innanzi tutto esteriore. Ha bisogno di formalismi, di codici, di dogmi. La Natura è spodestata dal suo altare: al suo posto viene messo un Dio, che è padrone e creatore della Natura stessa. L'esistente perde la propria divinità e un'altra entità, trascendente, se ne impadronisce. Nulla è più divino, tutto diviene creazione.

Egli ha bisogno di altari, meglio se d'oro e marmo.
Egli ha bisogno di dogmi, di libri sacri, di agiografie, di tribunali in cui uomini interpretano la volontà del Dio.
Egli ha bisogno di una gerarchia, di ministri del culto, di interpreti della volontà divina: lui, da solo, non ne sarebbe capace.

La contemporaneità tende a identificare i due uomini. L'idea che spiritualità e religione siano sinonimi o, addirittura, identici, è uno dei principali inganni della post-modernità. Identificando i due termini si combatte una sola volta, invece che due, il grande nemico dell'unica divinità contemporanea: il Potere, economico in primis, poi politico, sociale e, infine, culturale.

L'Occidente è tramontato, l'Europa diventi Eurasia

Ogni organismo vivente conosce quattro fasi: infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia. Non esiste pianta, animale, essere umano, popolo, nazione, organizzazione sociale, regno, repubblica, impero, stato che non sia soggetto a questa ferrea legge naturale. Sempre è stato così, sempre così sarà.

Chi ama "el ingenioso hidalgo Don Quijote" può tranquillamente condurre la propria personale battaglia contro i mulini a vento, immaginando di poter fermare la decadenza della nostra epoca rifugiandosi in un nostalgico conservatorismo o tuffandosi in un menzognero progressismo. 
Chi invece conosce la ferrea legge della Decadenza sa che stiamo vivendo il Kali Yuga, il tramonto del cosiddetto Occidente. Che si tratti di Cultura o Civilizzazione, la vecchiaia ha ormai preso il sopravvento. Non c'è più nulla da salvare, né radici da cui ripartire.

Rovine, solo rovine, null'altro che rovine.
Rovine del Novecento, a cui si sommano, giorno dopo giorno, le rovine del Nuovo Millennio. Un millennio che non vedrà il cosiddetto Occidente come guida spirituale e materiale dei popoli e dei singoli individui. Il sole sorge sempre a Oriente.

La stessa Europa deve rendersi conto dell'inevitabile. L'Unione Europea, che è cosa diversa, anzi opposta, all'Europa, è nata per camminare sul sentiero che il sistema economico e, quindi, politico-culturale dominante ha battuto e puntellato, soprattutto dopo la sconfitta del socialismo reale.
Questo sentiero è destinato al baratro, ormai è palese. L'alleanza, per non dire la sudditanza, con gli Stati Uniti d'America è solo l'ultimo stadio della decadenza europea. L'alternativa, paventata dai populismi e dai sovranismi di ogni risma, di tornare agli stati nazionali di stampo giacobino, e cioè l'idea di ricominciare a dividerci in italiani, francesi, spagnoli, tedeschi, convincendosi e convincendoci che si possa smettere di essere europei, è persino più stupida della stucchevole tracotanza di chi ciancia di Stati Uniti d'Europa. Chi vuole tornare alle bandierine nazionali e chi vuole continuare a suonare lo spartito liberale e capitalista dell'Unione Europea non sono in antitesi, ma due facce della stessa medaglia.

L'alternativa vera, reale, feconda, da cui potrà rinascere una nuova civiltà europea, stavolta non più occidentale, è rappresentata dall'unione con l'Asia. Per dirla con un termine recentemente impostosi nel dibattito politico internazionale: Eurasia.
L'Occidente sta tramontando, forse è già tramontato, ma non ce ne siamo ancora accorti tutti. L'Europa "occidentalizzata" è destinata a morte certa. L'unica speranza è la nascita di un'Europa "orientalizzata", che guardi alla Russia e alla Cina. 

Europa, Russia, Cina: un'Eurasia così formata sarebbe la più grande potenza che la storia dell'umanità abbia mai conosciuto. La Nato diventerebbe un trattatello da relegare ai libri di storia, il liberalismo cesserebbe all'istante di essere l'ideologia dominante, il capitalismo morirebbe. 
Il futuro dell'Europa sarà l'Eurasia. O non sarà.

La mia Libertà

La libertà di attendere sei ore in fila per comprare l'ultimo modello di I-phone non è la mia Libertà e non spenderò una goccia di sudore per difenderla.
La libertà di assaltare un supermercato per comprare un paio di scarpe o di pantofole col logo del suddetto non è la mia Libertà e non perderò un minuto di tempo per tutelarla.
La libertà di pensare con la pancia e di parlare col deretano non è la mia Libertà e non sacrificherò una parola per sostenerla.

La mia Libertà è libertà dello Spirito, dell'Azione figlia di un Pensiero, della Parola partorita dall'Idea. 
Cose che la massa beota che affolla i centri commerciali per comprare a comando futilità d'ogni genere non potrà mai capire.
Mai.

Scimmie

C'è una stucchevole volontà di incasellare, di etichettare. Il covid19 ha acuito tale volontà: o si è "negazionisti", o si è "covidioti".

Chi si pone delle domande e avanza critiche all'una o all'altra schiera? Per lui non v'è etichetta, quindi non va contemplato.

Scimmie.

Eccetto pochi Uomini, non vedo altro che scimmie. Sicure di avere la verità in tasca, convinte di aver scoperto questo o quel complotto.

Scimmie.

Non basta restare umani, bisogna tornare Uomini

Restiamo umani.
Ce lo ripetono continuamente. Ce lo ripetiamo ogni giorno.
Ogni volta che accade una tragedia. Ogni volta che l'umanità pare scomparire dietro le menzognere vesti del sedicente Progresso. 
Ogni volta che la Modernità mostra il proprio volto disumano, noi ci diciamo di restare umani.

Non basta.
Di fronte alla cloaca immonda che ci circonda, il Mondo Moderno dalle magnifiche sorti e progressive, non basta restare umani.
Bisogna ritornare ad essere Uomini. 
Ritornare, è questa la nostra Rivoluzione. Perché Rivoluzione - per chi non lo sapesse - deriva dal latino Revolutio. Significa "ritorno". 

L'Umanità attuale ha pochi uomini e troppe amebe. 
La nostra Generazione ha questo compito: rivoluzionare la contemporaneità.
Per farlo, deve "ritornare".
Ritornare ad essere Uomini.

"Credo nell'Uomo. Non nell'Umanità."

Look Down

Incatenati.
Così ci sentiamo, noi. 
La Plebe. 

Incatenati nel pensiero e nell'azione, nel desiderio e nell'atarassia, nella tregua e nel conflitto. Le catene che ci cingono idee e movimenti sono invisibili agli occhi della Natura. Eppure opprimono, stringono i polsi fino a farli sanguinare.

E il Potere ride. Guarda in basso, osserva le nostre catene, si compiace. 

Eppure dovrebbe saperlo: è pericoloso ridurre un Uomo in condizione da non aver nulla da perdere. Fuorché le catene. 

Futuro primitivo

Basta aprire un dizionario.
"Rivoluzione": dal latino tardo revolutio -onis "rivolgimento, ritorno".
L'etimologia ha un valore intrinseco nel definire l'esistente.
La Rivoluzione non è un vaneggiare di magnifiche sorti e progressive di un indefinito futuro. Non è una folle corsa in avanti, verso baratri e abissi. Non è un mero progressismo accelerato all'ennesima potenza.

Rivoluzione significa ritorno.
Rinverdire teorie e pratiche più o meno antiche, ma mai vecchie.
Significa sconfiggere il Male alla radice.
Ritornare a quando la società gerarchica e classista, in cui ancora oggi viviamo, ha preso il via. 
Eravamo cacciatori e raccoglitori. Vivevamo insieme alla Natura, nella Natura.
Poi diventammo sfruttatori: della flora, della fauna, degli altri uomini, della Natura tutta. E così via, per millenni.
Fino ad oggi. 

Il futuro. O sarà primitivo, o non sarà.

"C’è stato un tempo in cui la natura non era un avversario da conquistare, da addomesticare in ciò che è sterile. Ma abbiamo viaggiato ad una velocità accelerata, sollevando raffiche di progresso alle nostre spalle, verso un maggior disincanto, la cui impoverita totalità mette adesso in pericolo sia la vita che la salute."

(John Zerzan)

Piegarsi vuol dire mentire

Mi capitò un libro tra le mani. Trattava di taoismo e di arti marziali, mia antica passione. Mi colpì subito una metafora: bisogna essere come la canna di bambù, che si piega al vento senza mai spezzarsi. Poche pagine dopo vi era un'altra metafora: l'uomo che vuole essere quercia vedrà i suoi rami spezzarsi sotto il peso della neve che cade; l'uomo che saprà essere salice piegherà i suoi rami fino a far cadere la neve in terra.

Entrambe le metafore, in pratica, riprendevano l'antico adagio "meglio piegarsi che spezzarsi". Quel giorno, leggendo quel libro, promisi a me stesso e al mondo che avrei preso la strada opposta, in direzione ostinata e contraria. Mi sarei spezzato, ma non mi sarei piegato. Di fronte al padrone, di fronte alla società, di fronte agli usi e costumi del mio tempo, di fronte alle mode del momento. 
"Meglio spezzarsi che piegarsi", mi ripeto da quel giorno.

Anni dopo, assecondando il più antico dei miei vizi, ovvero la Poesia, mi imbattei in un libro di un tale. Erich Mühsam, questo era il suo nome. Poeta tedesco, secondo le antologie. Poeta libero, mi parve immediatamente. Lessi i versi di una sua poesia, Il Prigioniero. Quei versi, ancora oggi, mi danno ragione:

"Non ho imparato per tutta la mia vita
a piegarmi ad una costrizione estranea.
Adesso mi hanno incarcerato
allontanato da moglie e opera.
Ma anche se mi ammazzano:
Piegarsi vuol dire mentire!"

(E. Mühsam)

Maturazione

Devo, dobbiamo maturare.
L'ennesima ubriacatura elettoralistica ha dimostrato, se mai ve ne fosse ancora bisogno, quanto sia lontana la maturazione dell'Uomo e dell'Umanità. Coloro che hanno la capacità di pensarsi e di agire in maniera autonoma, autogestendosi e auto-organizzandosi, sono troppo pochi. La stragrande maggioranza delle persone non tenta nemmeno di emanciparsi, sfuggendo ai gangli della delega, della rappresentanza, del Potere. 
Non è nemmeno un discorso di classe: Patrizi e Plebe, borghesi e proletari, inclusi ed esclusi, tutti preferiscono delegare a un altro le scelte riguardanti il proprio quartiere, il proprio comune, la propria regione... fino al proprio pianeta. Se dei patrizi, dei borghesi, degli inclusi ci frega il giusto, della Plebe ci interessa molto di più il livello di emancipazione. Anzi no, di maturazione, perché è di questo che stiamo parlando. Secoli, millenni di schiavitù economica, politica, psicologica, fisica, spirituale, hanno rallentato il processo di maturazione di tutti e di ciascuno. 

Ieri si è votato per un referendum sulla diminuzione della rappresentanza e per il governo di alcuni comuni e regioni. Oltre due cittadini su tre si sono recati alle urne. A fare che? Con quale progettualità? Con quale capacità di incidere davvero sulle decisioni che questo o quel eletto prenderanno nei prossimi mesi o anni?
Zero. Il voto, espresso in questi termini e in queste modalità, esprime una potenza pari a zero. Specifico: in questi termini e in queste modalità, perché vorrei sempre evitare di essere affetto da quel "cretinismo astensionista" di cui parlava Camillo Berneri. 

Ieri è stato legittimato, ancora una volta, lo status quo.
Ma siamo troppo immaturi per capirlo.

"Cinquemila anni di esperienza ci dimostrano che non possiamo affidare la gestione delle nostre vite a re, preti, politici, generali, e commissari provinciali.”
(Edward Abbey)