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Uomo Spirituale e Uomo Religioso

L'Uomo Spirituale è consapevole della propria inferiorità e incompiutezza. C'è, sopra di lui e fuori di lui, qualcosa di più potente e di più completo. C'è la Natura, le sue forze, il suo istinto di conservazione, la sua volontà, il suo ordine naturale. L'Uomo Spirituale riconosce che, oltre le ossa e la carne, c'è molto altro: spirito, demone, anima, pensiero, idea, sentimento, emozione, passione.

Non ha bisogno di altari d'oro e marmo: gli basta una pietra, un tronco d'albero, una insenatura.
Non ha bisogno di dogmi: vive la propria spiritualità naturalmente, semplicemente, umanamente.
Non ha bisogno di una gerarchia, di ministri del culto: può essere egli stesso sacerdote del culto.

L'Uomo Religioso, invece, è profondamente diverso. La sua spiritualità è innanzi tutto esteriore. Ha bisogno di formalismi, di codici, di dogmi. La Natura è spodestata dal suo altare: al suo posto viene messo un Dio, che è padrone e creatore della Natura stessa. L'esistente perde la propria divinità e un'altra entità, trascendente, se ne impadronisce. Nulla è più divino, tutto diviene creazione.

Egli ha bisogno di altari, meglio se d'oro e marmo.
Egli ha bisogno di dogmi, di libri sacri, di agiografie, di tribunali in cui uomini interpretano la volontà del Dio.
Egli ha bisogno di una gerarchia, di ministri del culto, di interpreti della volontà divina: lui, da solo, non ne sarebbe capace.

La contemporaneità tende a identificare i due uomini. L'idea che spiritualità e religione siano sinonimi o, addirittura, identici, è uno dei principali inganni della post-modernità. Identificando i due termini si combatte una sola volta, invece che due, il grande nemico dell'unica divinità contemporanea: il Potere, economico in primis, poi politico, sociale e, infine, culturale.

Dio è morto? Chi se ne frega!

Dio è morto.
L'annuncio risale a oltre un secolo fa. Gli ultimi cento anni sembrano averlo confermato a più riprese. Se c'è stata Auschwitz, non può esserci dio, potremmo dire parafrasando Primo Levi.

Il problema di quest'epoca balorda e sciatta è che non c'è il cadavere. Il cadavere di dio. Nessuno lo ha visto, fotografato, ripreso, postato su Instagram, twittato su Twitter, condiviso su Facebook. La morte di dio può essere dichiarata anche dalla mente più eccelsa del Ventunesimo secolo, nessuno ci crederebbe senza che non ci sia un gruppo whatsapp che ne possa condividere il cadavere.

Dio è morto, o no? La domanda è tornata prepotente, di pari passo col ritorno dell'integralismo, del bigottismo, del sessismo, del razzismo. Forse perché dio non può che esistere per queste persone, per queste anime schiave amanti delle catene, per queste menti indurite, per queste bocche vomitanti odio.

Io so per certo che dio non esista, ma non perdo un minuto a tentar di convincere chi si è barricato dietro il muro della sua folle fede, che utilizza per discriminare chi crede in altri dei o chi, come il sottoscritto, non crede in alcun dio.
Preferisco dedicare il tempo ad abbattere quel muro, a scardinarlo senza pietà alcuna. E alla domanda se dio è morto, io rispondo scrollando le spalle: chi se ne frega.

"Che cosa è dio per la mente che crede, se non il padrone dei padroni, il re dei re di tutto l'universo? È il prepotente massimo."
(Luigi Fabbri)

Dilemma tragicomico

Se non fosse tragica, la situazione sarebbe comica e farebbe ridere a crepapelle. 
Mi riferisco ai tanti filosofi, saggisti, storici e studiosi della Conflittualità contemporanea, in particolare a quelli che si pongono su posizioni antimoderne. Fanno ridere perché riempiono pagine e pagine di libri, di blog, di siti d'informazione, di riviste spiegandoci che il loro è un discorso "meta-politico" o, addirittura, "pre-politico", salvo poi ritrovarli a partecipare alle iniziative di questo o quel partito di estrema destra. 
Parlano dell'Anarca di Junger e poi appoggiano la Lega di Salvini. Citano Evola e scrivono sul Primato Nazionale, organo di Casapound. Si dichiarano pagani e sono iscritti a Fratelli d'Italia. Si decidano, una buona volta: o si schierano fieramente su posizioni antimoderne e quindi rifiutano in toto la società moderna, il suo sistema economico capitalista, il suo mercantilismo, il suo ateismo devoto a questa o quella religione, oppure appoggiano i partiti politici che di questa modernità sono esempio e scempio.
Tertium non datur.

Vir

Uomo. Uomini. Umanità.
Non facciamo più distinzione: se Tizio e Caio hanno le medesime caratteristiche fisiche, sono entrambi degni di essere chiamati "Uomini".
Ecco, la Dignità. 
Ecco, l'Onore (quello puro, non quello utilizzato dalla propaganda politica dei soliti estremisti). L'Onore di dirsi ed essere detto Uomo.

Una volta non era così. Gli antichi Greci distinguevano "andròs" da "ànthrōpos", l'Uomo dalla Umanità, intesa come comunità di uomini e donne. Essere considerato "andros" era un onore, perché elevava dalla massa colma di "anthropoi"
Anche i Romani facevano una distinzione simile, tra "vir" e "homo": anche se in un primo momento può sembrare una distinzione di genere (Vir è il maschio, Homo è l'essere umano), col passare dei secoli tale distinzione ha assunto un carattere di prestigio, in quanto il Vir era rivestito di una dignità e di un onore superiori agli altri maschi romani.

Certo, parliamo di società in cui una donna poteva al massimo ambire a ruoli di sacerdotessa o di concubina di un uomo potente. Una "società maschilista", si direbbe oggi.
Non mi pare che per le donne la situazione sia migliorata più di tanto, almeno nella sostanza. Il cammino per un reale emancipazione è ancora lungo.
Specialmente in una società come quella contemporanea, dominata da Homines. Una società in cui il Vir può solo rifugiarsi nella foresta. 
In attesa di una nuova alba.

Menhir

"Essere come canna di bambù che si piega al vento senza mai spezzarsi", insegnava Lao Zi, il fondatore del Taoismo. E anche in Europa, dove il Taoismo arriverà molto tardi, si è sempre fatto largo un modus operandi: meglio piegarsi che spezzarsi. Ce lo dicevano i nonni, lo ripetiamo spesso ai nostri figli.
Ma piegarsi a cosa? Al Fato, cinico e baro? O al Potere, economico e quindi politico? Piegarsi a Dio, al suo volere? O alla Società, per quieto vivere e per convenienza? Fato, Potere, Dio, Società: l'importante è piegarsi nella vita, ognuno scelga di fronte a cosa.
C'è chi si piega di fronte al padrone: meglio stare zitti e subire che rischiare il posto.
C'è chi si piega davanti alla prepotenza: meglio girare la faccia dall'altra parte.
C'è che si piega per autoinganno: "un giorno mi rialzerò, ma non è ancora oggi", ripete a se stesso.

No. 
E' oggi. Anzi, doveva essere ieri. 
Sono decenni, sono secoli che siamo piegati e non abbiamo ottenuto nulla. Abbiamo solo perso: diritti, dignità, occasioni, emozioni, serenità, felicità. La canna di bambù è rimasta piegata troppo tempo sotto il vento della Storia e adesso non si rialza più.
L'unica cosa che vedo intorno sono le nostre rovine. E gli spiriti di pochi uomini che sono rimasti in piedi, vicino ad esse.

Fate che il vostro spirito sia come quegli spiriti. Siate voi stessi come quegli uomini. 
Alzatevi in piedi. Dritti, come blocchi di pietra.
Come menhir.

Darvaza

Essere fuoco.
Sempre vivo, in continuo movimento. Sempre diverso in ogni momento, eppur sempre fuoco, sempre se stesso. Bruciare e bruciarsi, per poi spegnersi e divenire cenere. E dalla cenere rinascere.
Questo è il nostro destino, perché questo è il nostro principio. Fiamma di una candela che illumina il sentiero nel buio, fiaccola  di ribellione e di libertà.

Non siate acqua, che si adatta al contenitore e che mostra un impeto, un tumulto solo se lasciata libera.
Siate fuoco, che divampa anche in catene.


La legge del cambiamento

Eraclito dice che non è possibile bagnarsi due volte nello stesso fiume, perché la seconda volta ci immergeremmo in un'acqua diversa dalla prima.

Cratilo dice che non è possibile bagnarsi persino una volta nello stesso fiume, perché l'acqua che accarezza l'alluce è diversa da quella che bagna i capelli.

Non esiste nulla di fisso, statico, immutabile. Tutto è mutabile, tutto è divenire, tutto è dialettico.

Tutto cambia, tranne la legge del cambiamento.