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Pietra tra le acque

Tutto deve essere fluido. La società fluida, la politica fluida, l'economia fluida, il pensiero fluido, persino la sessualità fluida. Ciò che non è fluido, deve diventarlo. E se non lo diventa, che venga distrutto!

Così ragiona l'Uomo Contemporaneo. Così vuole che ragionino tutti. Tutto deve essere fluido, acquoso, annacquato. Le divergenze? Vanno risolte. I conflitti? Inutili sprechi di tempo e fatica, meglio gli accordi, gli inciuci, i compromessi.

Un continuo susseguirsi di "si, però", una infinita sequenza di "ma anche". Nulla è definitivo, stabile, in piedi. L'Uomo Contemporaneo si riempie la bocca di frasi filosofiche orientali. Blatera di essere come canna di bambù, che si piega al vento, senza mai spezzarsi.

No.
Esistono anche uomini che non la vedono così. Uomini che preferiscono spezzarsi, piuttosto che piegarsi. Uomini in mezzo a queste acque paludose scelgono di non seguire la corrente, né di risalirla andando controcorrente.

Uomini che rispetto ai flutti decidono di essere scogli. Pietre tra le acque. E vedremo se il fiume riuscirà a distruggerci, o si prosciugherà nel tentativo.

Comfort zone

Non tutti cercano allievi, discepoli, adepti. Perché non tutti voglio essere maestri. Sanno che non hanno nulla da insegnare o da spiegare, niente da dimostrare o argomentare.

Non c'è nessuna Tradizione, nessun Sapere iniziatico, nessun sistema filosofico.
Nulla da ascoltare? Si, c'è solo il Nulla da ascoltare.
Nulla da vedere? Si, c'è solo il Nulla da vedere. Non al cinema, però: non lo danno in quelle splendide sale piene di comfort, aria condizionata e pop corn.
Quello che c'è da ascoltare, da vedere, da conoscere, da vivere è davanti ai nostri piedi, se abbiamo voglia di camminare fuori dai sentieri battuti. Se abbiamo il coraggio di rompere con la tradizione, il codice, la consuetudine, la moralità sociale, il sistema dominante.

L'Uomo Libero avanza fuori dalla propria comfort zone, senza sospiri per un passato mitizzato e senza programmi per un futuro immaginifico.
Perché la Libertà è così: senza nostalgie e senza speranze.

Tra vette e abissi

Abbiamo appena iniziato a camminare sulle nostre gambe quando cominciano ad inculcarci una "loro" verità, spietata e inconfutabile: in tanti possono vincere, solo in pochi riescono a confermarsi in vetta.
Ci riempiono di esempi, per farci comprendere che, se è difficile arrivare primi, al termine di un percorso, in cima a una montagna, è ancora più difficile rimanere in testa.

"Perché mai dovrebbe essere questo il mio scopo?", mi permetto di domandare a lorsignori.
Una volta che ho scalato la mia montagna e ho raggiunto la mia vetta, non voglio altro che il tempo necessario per contemplare la Bellezza davanti ai miei occhi e la Fatica dentro di me, quella fatica che mi ha portato a concludere quella impresa. Terminato questo momento di contemplazione, voglio scendere. Intraprendere il cammino a ritroso. Ritornare al campo base. E sognare nuove sfide, nuovi sentieri, nuove vette.
La mia gioia non è nel rimanere in vetta, ma nel raggiungerla. Nel guardare in basso, lasciandomi spaventare dall'altezza, e nel ridiscendere.

Lo stesso discorso non vale solo verso l'alto, ma anche verso il basso. Non solo verso le vette, ma anche verso gli abissi.
Una volta che ho raggiunto il punto più basso, il luogo ove la luce non giunge, il posto dove si sentono gorgogliare le viscere della Terra, non voglio rimanere lì. Lì sotto. Voglio, anzi devo volere, riguadagnare la superficie, tornare a galla, risalire sulla crosta terrestre e - perché no! - tornare nel Bosco.
La mia gioia non è nel rimanere in fondo all'abisso, ma nel raggiungerlo. Nel guardare in lato, dove il Sole continua a splendere, lasciandomi spaventare dalla profondità raggiunta, e nel risalire.

Ci inculcano che l'Essenza di ogni impresa non sia nel portarla a compimento, anche se solo per un istante. Osano persino definirlo "effimero", quell'istante. 
Eppure il nostro Spirito sa che non è così. Lo Spirito della Vita nega questa "loro" verità.
Perché tra vette e abissi, l'essenza della vita è nella Vertigine.

Bisogna essere Spartani

A Olimpia, una volta, durante lo svolgimento degli antichi giochi olimpici, un vecchio avrebbe voluto assistere alle gare, ma non trovava posto a sedere: girava qua e là per le tribune, e tutti lo deridevano respingendolo e sbeffeggiandolo. 

Quando però arrivò nel settore degli Spartani, tutti i giovani e molti uomini adulti si alzarono per cedergli il posto.

L’intero stadio reagì a questo gesto con un applauso e con grida di approvazione; il vecchio, scuotendo il capo canuto e il candido mento, disse fra le lacrime: "Povero me! Tutti i Greci sanno quel che è giusto fare, ma solo gli Spartani lo fanno".

Un racconto che dovrebbe farci comprendere le analogie di alcuni comportamenti contemporanei.

Per vivere nel giusto bisogna essere Spartani.

(Yuri Di Benedetto) 


Il piede calpestato

Può capitare di calpestare il piede o di far involontariamente male a qualcuno. Basta chiedere scusa e tutto si appiana.
Può capitare di dire una stupidaggine o di fare una gaffe. Basta chiedere scusa e la tensione si stempera.
Può capitare di non rendersi conto di un errore. Basta chiedere scusa e la soluzione si avvicina.

Quando, senza volerlo, procuriamo un dolore o facciamo del male al prossimo, non mostriamo debolezza se domandiamo scusa. Anzi, dimostriamo forza, consapevolezza, capacità di riflessione e di autocritica, maturità.

Oltre a essere consci di possedere uno dei tesori più rari dell'epoca postmoderna: l'Educazione.

L'Educazione è spesso sottovalutata e, molte volte, completamente travisata. Si tende spesso a ritenere "Educazione" l'aderenza a un'etichetta, a un codice, a norme di vario tipo. In realtà, l'Educazione è un modo di porsi, uno slancio emotivo, una dimostrazione (a noi stessi prima che agli altri) di crescita e di autogoverno, una consapevolezza dei limiti da non superare per poterne superare altri.

L'Educazione è prima di tutto educarsi, poi educare.

Non basta restare umani, bisogna tornare Uomini

Restiamo umani.
Ce lo ripetono continuamente. Ce lo ripetiamo ogni giorno.
Ogni volta che accade una tragedia. Ogni volta che l'umanità pare scomparire dietro le menzognere vesti del sedicente Progresso. 
Ogni volta che la Modernità mostra il proprio volto disumano, noi ci diciamo di restare umani.

Non basta.
Di fronte alla cloaca immonda che ci circonda, il Mondo Moderno dalle magnifiche sorti e progressive, non basta restare umani.
Bisogna ritornare ad essere Uomini. 
Ritornare, è questa la nostra Rivoluzione. Perché Rivoluzione - per chi non lo sapesse - deriva dal latino Revolutio. Significa "ritorno". 

L'Umanità attuale ha pochi uomini e troppe amebe. 
La nostra Generazione ha questo compito: rivoluzionare la contemporaneità.
Per farlo, deve "ritornare".
Ritornare ad essere Uomini.

"Credo nell'Uomo. Non nell'Umanità."

Il Limite

La filosofia del Limite.
Così il mio professore del liceo ci introdusse Immanuel Kant.
Il Limite come garanzia di verità, come necessità per la conoscenza, come baluardo per la scienza. Altrimenti è metafisica o, peggio ancora, utopia.

La filosofia del Limite era, ed è ancora, molto interessante. Perché rappresenta - omen nomen - la frontiera da valicare, il muro da abbattere, per scoprire se stessi e il mondo. 
Il Limite serve all'Uomo solo come obiettivo da superare, come affermazione da non accettare, come cancello da divellere.
Chi accetta il Limite, accetta le catene e plaude ai carcerieri. 
Crede di muoversi in libertà, invece è sempre recluso in prigione.

"E’ ricercando l’impossibile che l’uomo ha sempre realizzato il possibile. Coloro che si sono saggiamente limitati a ciò che appariva loro come possibile, non hanno mai avanzato di un solo passo."
(M. Bakunin)

Onda

 In ogni lotta, sociale, politica o culturale, è necessaria l'armoniosa fusione di gentilezza e fermezza.

A volte prevale la prima, a volte la seconda, in una successione dinamica simile a un'onda.


Sia tu un onda.

Sia tu quell'onda.

Non temere gli scogli.

Anzi, fai in modo che siano gli scogli a temere te.


Creazione

Sono secoli, sono millenni che ci riempiono la testa con la Creazione. 
Il momento in cui una divinità, forse annoiata dal nulla cosmico in cui viveva, ha deciso di creare ogni cosa, tra cui anche l'Uomo. Col passaggio dal politeismo al monoteismo, la Creazione ha assunto sempre maggiore importanza per le società e gli individui che soggiacevano a un determinato culto monoteista: Yahweh, Dio, Allah, hanno tutti caratteristiche comuni, le loro "creazioni" si assomigliano in maniera incredibile, sono ovviamente onnipotenti e onniscienti, ognuno di loro viene considerato l'Unico Dio dai suoi adepti.
Se la Creazione è opera di un dio, vuol dire che questo dio non è creato. E' un problema che già i filosofi presocratici provarono ad indagare, ricercando il famoso arché, primo motore immobile del divenire. Come può una cosa non creata, un "non-essere", creare ogni cosa, creare "l'essere"? Semplicemente non può, a meno che non si ammetta che il non-essere è, ossia che il Nulla è, il che significa giungere al supremo nichilismo, che è la negazione di ogni possibile culto religioso.

Non potendo dimostrare l'esistenza di dio senza sfociare nel nichilismo, allora il problema della Creazione va ribaltato: dio non è creatore, ma creato. Da chi? Dall'Uomo, anzi da gruppi di uomini che, avendo creato dio, hanno posto limiti a se stessi e imposto limiti e divieti agli altri uomini.
L'Onniscienza e l'Onnipotenza, pertanto, sono falsi miti: nulla si può conoscere completamente o si può governare completamente perché "tutto diviene, nulla è". 
Il problema non è nell'Essere, ma nel Divenire. Non c'è un Essere che crea, ma un Divenire che trasforma, perché

"Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma"

Nella fisica come nello spirito.

Damnatio Memoriae

Dobbiamo vivere affinché di noi ci sia memoria quando moriremo. E se non ci sarà, dobbiamo fare in modo che ci sia almeno una damnatio memoriae, ossia che qualcuno si prenda la briga di ricordarsi di noi per farci dimenticare dagli altri.
Questo non vuol dire che dobbiamo vivere come asceti, come eremiti, distanti e schifati dalle cose terrene. Al contrario, significa che dobbiamo mangiare la vita, bere i suoi vini fino a ubriacarci, farci l'amore con trasporto e passione, sempre pensando che vivere non sia solo questo. Abbiamo anche uno spirito: anche lui ha bisogno di cibo, di vino, di sesso. La vita del corpo è molto più breve di quella dello spirito e del corpo non ci sarà memoria; perciò non perdiamo tempo ad arrabbiarci per le cose infime e a ingozzarci come se non ci fosse un domani. Un domani c'é, è per il nostro spirito, è per la gloria eterna.

"Rispetto a tutte le altre una sola cosa preferiscono i migliori: la gloria eterna rispetto alle cose caduche; i più invece pensano solo a saziarsi come bestie"
(Eraclito)

Respiro divino

La natura ci da tutto ciò che ci serve.

Inclusa la sensazione di curiosità che ci permette di trascendere i limiti umani e avventurarci al di là della sicurezza e della moderazione.

La natura è il respiro divino che accende in noi la fiamma di quella furia combattiva che deve e vuole trovare la ragione dell'esistenza.

Essa non ci impone libri o un dogma, ma ispira soltanto una feroce necessità di sfidarla, consci di quei ricordi ancestrali di sopravvivenza e lotta.

Gerarchia dello Spirito

Quando nasciamo, siamo tabula rasa. Tutti uguali, tutti con zero esperienze e zero conoscenze. Questo sosteneva Aristotele, poi ripreso da Rousseau e da altri filosofi e scienziati progressisti. 
No, non è vero. La psicologia e l'innatismo dimostrano che abbiamo già un patrimonio di conoscenze diverso gli uni dagli altri, al momento della nascita. Conoscenze pre-esperenziali, con buona pace dei materialisti talebani.
Purtroppo c'è gente, anzi gentaglia, che partendo da questo assunto determina differenze biologiche, psicologiche, etniche tra le persone. Nulla di più sbagliato, di più folle. Se differenze ci sono, esse sono talmente minime che è impossibile determinare una scala di valore. Nasciamo leggermente diversi gli uni dagli altri, ma tutti sul gradino più basso della scala.

Col passare degli anni, però, le cose cambieranno. Qualcuno farà balzi in avanti mentre altri faranno piccoli passi, qualcuno raggiungerà vette mentre altri arriveranno al massimo in collina. 
Da cosa dipende? Dal caso, dalla fortuna? 
Dall'appartenere ad una famiglia ricca o a una povera? 
Dall'avere la pelle bianca o nera? 
O dal prodigo intervento di Madre Natura oppure di qualche divinità benevola?

Niente di tutto ciò. La fortuna non esiste. 
Il mondo è pieno di figli di papà pieni di soldi e poveri di tutto il resto. 
Tra bianchi e neri c'è la stessa differenza che intercorre tra biondi e bruni. 
Madre Natura ha talmente tanti figli che non può preoccuparsi della riuscita di uno solo. 
Sulle divinità... beh, quando qualcuno ci dimostrerà l'esistenza di un dio qualunque, lo prenderemo in considerazione.

Ciò che determina la differenza, quindi, è la Fame: di sapere, di conoscere, di provare, di vivere. Ci saranno sempre persone che divoreranno libri, visiteranno luoghi, metteranno a dura prova il loro corpo e la loro mente, metteranno in discussione loro stessi e le loro idee nel confronto e nello scontro con gli altri. In poche parole, arricchiranno e potenzieranno il loro spirito. 
Di converso, ci saranno sempre persone ignoranti, che ragioneranno con la pancia invece che col cervello, che avranno risposte certe su ogni argomento, che nei confronti dell'altro sapranno prevaricare o leccare il culo. In poche parole, depaupereranno il loro spirito.
"Non c'è gerarchia, se non nello spirito"

Duplice fallimento

Poteva essere la prova d'appello per l'Umanità. Finalmente si poteva affrontare un problema globale ragionando come specie e non come semplice somma di stati nazionali. Purtroppo bisogna constatare che anche questa prova è stata miseramente fallita.
La pandemia che ha sconvolto il pianeta negli ultimi mesi aveva fatto sperare che, finalmente, gli esseri umani cominciassero a pensare e a pensarsi come comunità, come "terrestri". Invece no: dopo i primi tempi di vuota e menzognera solidarietà umana, si è passati subito allo scontro, alla ripicca, alla polemica di piccolo cabotaggio. L'umanità ha ripreso a ragionare secondo bandiere, steccati, confini: secondo le logiche giacobine degli stati nazionali. Statunitensi contro cinesi, ma anche italiani del nord contro quelli del sud e viceversa. Ognuno ha pensato ai fatti suoi: la Germania, la Svezia, l'Inghilterra.

Il nazionalismo, che è l'ennesimo prodotto dello stato nazionale, nonostante da decenni filosofi e storici vogliano far credere che il nazionalismo preceda la nascita degli stati, ha mostrato la propria totale incapacità di affrontare l'esistente. Trincerati dietro tricolori massonici e bandiere più o meno trendy, gli esseri umani si sono divisi su tutto e non sono stati capaci di affrontare questo maledetto virus contrapponendogli una risposta globale, transnazionale, planetaria.

Cosa rimane, quindi? Rovine, nient'altro che rovine. L'universalismo giacobino e il nazionalismo vecchio e nuovo - che alcuni chiamano "sovranismo", come se cambiare un nome fosse sufficiente a modificare un'essenza - hanno dimostrato di essere due facce della stessa medaglia, entrambi incapaci di fronte alla pandemia. Il loro duplice fallimento è sotto gli occhi di tutti, vedenti o meno.
Tra le rovine, forse, l'unica fiaccola ancora accesa è rappresentata dall'idea che piccole comunità tra loro omogenee innanzi tutto per motivi ideali ("Nell'idea va riconosciuta la nostra vera patria. Non l'essere di una stessa terra o di una stessa lingua, ma l'essere della stessa idea è quel che oggi conta", J. Evola) possano sottrarsi al giogo universalismo/nazionalismo e reagire alla decadenza moderna. Una volta le chiamavamo tribù, clan, persino popoli, prima che questa parola assumesse, col secolo dei Lumi, un significato del tutto opposto a quello reale.
In che modo questi piccoli gruppi coesi di uomini possono farcela? Ritirandosi jungerianamente nel bosco, oppure combattendo l'esistente negandogli ogni vacua possibilità di riforma.

Post Quarantine

La quarantena aveva fiaccato lo spirito. Per questo il corpo si era lasciato andare, cedendo alla monotonia della clausura. 
Poi lo spirito si è ridestato, perché nulla è peggio della routine quotidiana pre-covid. Quel casa-lavoro-casa non era migliore del lock down. Lo spirito allora ha reagito, abbandonando ozio e tedio. Ha ripreso a macinare interessi, idee, passioni, riflessioni, volontà. Il corpo ci ha messo un po' ad andargli dietro e ancora arranca, fa fatica.

Ma la fatica è la dimostrazione che siamo ancora vivi.

La ricerca di un'errata originalità

La Massa si affanna alla ricerca del nuovo, del mai visto, del mai detto. E per questo è pronta a mettere sotto i piedi qualsiasi buongusto, qualsivoglia decenza, ogni briciolo di dignità, ogni sputo di stile. Per poi ritrovarsi con milioni di "originali" tutti uguali tra loro, creati con lo stampino dai padroni del vapore.

L'Originalità non è novità. Non solo, non tanto, non più.
E' diversità. E' alterità: essere, pensare, agire in maniera altra.
Può persino essere rinverdire antichi usi e costumi, magari considerati démodé dalla Massa di "originali" di cui sopra.

La ricerca di una vera originalità, quando si trova di fronte al bivio tra Nuovo e Altro, prende il sentiero dell'Altro.
Sempre.


Le tre identità

Ogni Vir* diventa tale quando prende coscienza della propria identità, quando si afferma come individuo e non più come genere, quando comincia a vivere e a comprendere la socialità e l'asocialità, la comunità e l'individualismo.
Non tutti i Vir prendono coscienza della propria identità alla medesima maniera. C'è chi lo fa per empatia, chi per agonismo, chi per antagonismo.
Vediamo:

Identità empatica: è tipica degli uomini che delineano la propria identità cercando di assomigliare ad un modello precostituito, indipendentemente dal fatto che tale modello sia reale o immaginario; il modello cui si ispirano è certamente mitizzato; in genere, gli uomini che scoprono la propria identità per via empatica preferiscono modelli positivi e molto amati dalla maggioranza delle persone; per questo motivo, l'identità empatica ha bisogno di piacere agli altri per piacere a se stessa.

Identità agonistica: è tipica degli uomini che delineano la propria identità cercando di non assomigliare per nulla o quasi a un modello precostituito, ma sviluppandone uno originale o comunque minoritario; di fronte ai modelli che vanno per la maggiore, l'Agonista entra in competizione al fine di superarlo, smascherandone i vizi che vengono spacciati per virtù, le debolezze che vengono decantate come punti di forza; l'Agonista, quindi, necessita di un avversario contro cui scagliarsi per definire la propria identità; se l'Empatico "riconosce il simile per il simile", l'Agonista riconosce "il simile per il dissimile"; per questo motivo, tende a disprezzare la maggioranza e ad amare i piccoli gruppi, le nicchie, le tribù.

Identità antagonistica: è tipica degli uomini che delineano la propria identità odiando tutti i modelli precostituiti, siano essi maggioritari o minoritari; l'Antagonista non vuole compiacere nessuno né vede avversari con cui competere, ma solo nemici da combattere e da sconfiggere; disprezza la maggioranza, anche se finge di appartenervi; non crede nelle minoranze, nelle avanguardie, nelle tribù; vede nemici ovunque e crede che tutto il mondo viva contro di lui; tende, per questo motivo, alla solitudine (che vive in maniera talvolta aristocratica e/o ironica, similmente a quanto faccia l'Agonista) e all'egoismo (a differenza dell'Agonista), al dispotismo e all'anarchismo asociale.

Ogni essere umano, durante la propria esistenza, percorre almeno uno dei tre sentieri sopra descritti. Alcuni riescono persino a camminare su tutti e tre, in fasi diverse della loro vita. Vi sarà comunque sempre una parte predominante, che delineerà l'identità del Vir e la memoria che di lui si avrà negli anni e nei secoli a venire.


*Vir, termine latino che significa Uomo; da non confondersi con Homo, termine tradotto alla stessa maniera nonostante abbia un significato profondamente diverso (cfr. QUI)

La Negazione

Boschi, foreste, cascate, fiumi, laghi, mari, oceani, montagne, abissi.
Ognuna di queste cose merita di essere vista, assaporata, attraversata, vissuta, sognata.
Nessuna di esse ha confini, dogane, frontiere, limiti diversi da quelli imposti dalla Natura, serva e sovrana del pianeta che abitiamo.
Permettiamo ai nostri figli di passeggiare nei boschi, dormire nelle foreste, baciare sotto le cascate, nuotare nei fiumi e nei laghi, solcare i mari e gli oceani, scalare montagne, esplorare abissi. E se c'è un muro, un filo spinato, un cancello che ce lo impedisce, abbattiamolo.

Non siamo al mondo per costruire. Non in quest'epoca.
Noi siamo al mondo per distruggere. Noi siamo al mondo per negare.
Noi siamo la Distruzione. Noi siamo la Negazione.

__________

Woods, forests, waterfalls, rivers, lakes, seas, oceans, mountains, abysses.
Each of these things deserves to be seen, savored, crossed, lived, dreamed.
None of them has borders, customs, limits other than those imposed by Nature, servant and sovereign of the planet we inhabit.
Let's allow our children to walk in the woods, sleep in the forests, kiss under the waterfalls, swim in the rivers and lakes, sail the seas and oceans, climb mountains, explore abysses. And if there is a wall, a barbed wire, a gate that prevents us, let's take it down.

We are not in the world to build. Not in this era.
We are in the world to destroy. We are in the world to deny.
We are the Destruction. We are the Negation.

L'Antica Alleanza

La Modernità ha rotto l'antica alleanza tra Uomo e Natura. L'Uomo è l'unico animale che non si adatta alla Natura né si limita a difendersi dai rischi della stessa, ma vuole che sia la Natura ad adeguarsi a lui e per questa prova a piegarla, a denaturalizzarla. 

L'Uomo Moderno, addirittura, non vede la Natura soltanto - e già sarebbe grave - come qualcosa di cui servirsi per proprio profitto e convenienza, ma come un ostacolo da abbattere e cancellare.

Ignorando il più grande insegnamento della vita: l'Uomo, per quanto si consideri evoluto, resta pur sempre un animale. La sua essenza più profonda, il suo spirito ancestrale, è  ferale.

E così rimarrà, altrimenti l'Uomo non sarà. Più.

Vir

Uomo. Uomini. Umanità.
Non facciamo più distinzione: se Tizio e Caio hanno le medesime caratteristiche fisiche, sono entrambi degni di essere chiamati "Uomini".
Ecco, la Dignità. 
Ecco, l'Onore (quello puro, non quello utilizzato dalla propaganda politica dei soliti estremisti). L'Onore di dirsi ed essere detto Uomo.

Una volta non era così. Gli antichi Greci distinguevano "andròs" da "ànthrōpos", l'Uomo dalla Umanità, intesa come comunità di uomini e donne. Essere considerato "andros" era un onore, perché elevava dalla massa colma di "anthropoi"
Anche i Romani facevano una distinzione simile, tra "vir" e "homo": anche se in un primo momento può sembrare una distinzione di genere (Vir è il maschio, Homo è l'essere umano), col passare dei secoli tale distinzione ha assunto un carattere di prestigio, in quanto il Vir era rivestito di una dignità e di un onore superiori agli altri maschi romani.

Certo, parliamo di società in cui una donna poteva al massimo ambire a ruoli di sacerdotessa o di concubina di un uomo potente. Una "società maschilista", si direbbe oggi.
Non mi pare che per le donne la situazione sia migliorata più di tanto, almeno nella sostanza. Il cammino per un reale emancipazione è ancora lungo.
Specialmente in una società come quella contemporanea, dominata da Homines. Una società in cui il Vir può solo rifugiarsi nella foresta. 
In attesa di una nuova alba.