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Tra vette e abissi

Abbiamo appena iniziato a camminare sulle nostre gambe quando cominciano ad inculcarci una "loro" verità, spietata e inconfutabile: in tanti possono vincere, solo in pochi riescono a confermarsi in vetta.
Ci riempiono di esempi, per farci comprendere che, se è difficile arrivare primi, al termine di un percorso, in cima a una montagna, è ancora più difficile rimanere in testa.

"Perché mai dovrebbe essere questo il mio scopo?", mi permetto di domandare a lorsignori.
Una volta che ho scalato la mia montagna e ho raggiunto la mia vetta, non voglio altro che il tempo necessario per contemplare la Bellezza davanti ai miei occhi e la Fatica dentro di me, quella fatica che mi ha portato a concludere quella impresa. Terminato questo momento di contemplazione, voglio scendere. Intraprendere il cammino a ritroso. Ritornare al campo base. E sognare nuove sfide, nuovi sentieri, nuove vette.
La mia gioia non è nel rimanere in vetta, ma nel raggiungerla. Nel guardare in basso, lasciandomi spaventare dall'altezza, e nel ridiscendere.

Lo stesso discorso non vale solo verso l'alto, ma anche verso il basso. Non solo verso le vette, ma anche verso gli abissi.
Una volta che ho raggiunto il punto più basso, il luogo ove la luce non giunge, il posto dove si sentono gorgogliare le viscere della Terra, non voglio rimanere lì. Lì sotto. Voglio, anzi devo volere, riguadagnare la superficie, tornare a galla, risalire sulla crosta terrestre e - perché no! - tornare nel Bosco.
La mia gioia non è nel rimanere in fondo all'abisso, ma nel raggiungerlo. Nel guardare in lato, dove il Sole continua a splendere, lasciandomi spaventare dalla profondità raggiunta, e nel risalire.

Ci inculcano che l'Essenza di ogni impresa non sia nel portarla a compimento, anche se solo per un istante. Osano persino definirlo "effimero", quell'istante. 
Eppure il nostro Spirito sa che non è così. Lo Spirito della Vita nega questa "loro" verità.
Perché tra vette e abissi, l'essenza della vita è nella Vertigine.

Il Progresso della misoginia

"Do you want to open the ports? But open your legs ..."
No, it's not a bad joke of spirit made by a group of males looking for easy laughter. To pronounce these unworthy words was one of your politicians. One of your representatives in the civil and democratic institutions of this country. An exponent of a ruling party.
After women who, when they talk about football, make the stomachache, we also have women who, instead of worrying about migrants, think about opening their legs.

And to think that humanity, when it began to be structured in a tribal way, had a sacred respect for women. They were not only daughters, wives and mothers, dedicated to the house and family, but also priestesses. The only ones who could talk with the gods. Also because many deities, in homage to the concept of sacred feminine, were females.
In some communities there were also female warriors, often better than their male counterparts. Do not just think of the mythical Amazon or the Norse Skjaldmær (otherwise known as Shieldmaiden), but also the Japanese Onna-bugeisha, the woman-ninja, the female equivalent of the samurai.

Yesterday they could fight in wars. Today someone turn up their noses if they enter the army.
Yesterday they could talk to the gods. Today they would do well not to talk about football.
And not only in the countries hypocritically defined as "developing", but also in the "civil" countries.
Those who represent, according to them, the Progress of humanity.

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"Vuoi aprire i porti? Ma apri le cosce..."
No, non è una pessima battuta da bar detta da un gruppo di maschi che cercano la risata facile. A pronunciare queste indegne parole è stato uno dei vostri politici. Uno dei vostri rappresentanti nelle istituzioni civili e democratiche di questo Paese. Un esponente di un partito di governo.
Dopo le donne che, quando parlano di calcio, fanno venire il voltastomaco, abbiamo anche le donne che, invece di preoccuparsi dei migranti, pensino ad aprire le cosce.

E pensare che l'umanità, quando cominciò a strutturarsi in maniera tribale, aveva un rispetto sacro per le donne. Non erano solo figlie, mogli e madri, dedite alla casa e alla famiglia, ma anche sacerdotesse. Le uniche che potevano parlare con gli dei. Anche perché molte divinità, in omaggio al concetto di femminino sacro, erano femmine. 
In alcune comunità c'erano anche le donne guerriere, spesso migliori dei loro omologhi maschili. Non si pensi solo alla mitica Amazzone o alla norrena Skjaldmær (altrimenti note con il nome inglese di Shieldmaiden), ma anche alla giapponese Onna-bugeisha, la donna-ninja, l'omologo femminile del samurai.

Ieri potevano combattere nelle guerre. Oggi fanno storcere il naso se entrano nell'esercito.
Ieri potevano parlare con gli dei. Oggi farebbero bene a non parlare di calcio.
E non solo nei paesi definiti ipocritamente "in via di sviluppo", ma anche nei paesi "civili".
Quelli che rappresentano, a loro dire, il Progresso dell'umanità.


Menhir

"Essere come canna di bambù che si piega al vento senza mai spezzarsi", insegnava Lao Zi, il fondatore del Taoismo. E anche in Europa, dove il Taoismo arriverà molto tardi, si è sempre fatto largo un modus operandi: meglio piegarsi che spezzarsi. Ce lo dicevano i nonni, lo ripetiamo spesso ai nostri figli.
Ma piegarsi a cosa? Al Fato, cinico e baro? O al Potere, economico e quindi politico? Piegarsi a Dio, al suo volere? O alla Società, per quieto vivere e per convenienza? Fato, Potere, Dio, Società: l'importante è piegarsi nella vita, ognuno scelga di fronte a cosa.
C'è chi si piega di fronte al padrone: meglio stare zitti e subire che rischiare il posto.
C'è chi si piega davanti alla prepotenza: meglio girare la faccia dall'altra parte.
C'è che si piega per autoinganno: "un giorno mi rialzerò, ma non è ancora oggi", ripete a se stesso.

No. 
E' oggi. Anzi, doveva essere ieri. 
Sono decenni, sono secoli che siamo piegati e non abbiamo ottenuto nulla. Abbiamo solo perso: diritti, dignità, occasioni, emozioni, serenità, felicità. La canna di bambù è rimasta piegata troppo tempo sotto il vento della Storia e adesso non si rialza più.
L'unica cosa che vedo intorno sono le nostre rovine. E gli spiriti di pochi uomini che sono rimasti in piedi, vicino ad esse.

Fate che il vostro spirito sia come quegli spiriti. Siate voi stessi come quegli uomini. 
Alzatevi in piedi. Dritti, come blocchi di pietra.
Come menhir.

Darvaza

Essere fuoco.
Sempre vivo, in continuo movimento. Sempre diverso in ogni momento, eppur sempre fuoco, sempre se stesso. Bruciare e bruciarsi, per poi spegnersi e divenire cenere. E dalla cenere rinascere.
Questo è il nostro destino, perché questo è il nostro principio. Fiamma di una candela che illumina il sentiero nel buio, fiaccola  di ribellione e di libertà.

Non siate acqua, che si adatta al contenitore e che mostra un impeto, un tumulto solo se lasciata libera.
Siate fuoco, che divampa anche in catene.