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Comunista jüngeriano

Il mio rapporto con la Politica è sempre stato conflittuale.
Non tanto perché ho una innata tendenza ad avvicinarmi a partiti e movimenti politici che non arriveranno mai alla doppia cifra, ma soprattutto perché non ho grande fiducia - eufemismo! - nelle Masse.

Quando ho avuto una tessera di partito in tasca, su di essa c'era sempre una Falce e Martello.
La prof Serino, docente di matematica al liceo, sosteneva invece che io fossi anarchico. Inconsapevolmente anarchico.
Per molti compagni, invece, ero troppo "moderato"... oppure troppo "radicale"... in genere troppo "distaccato".

A tal proposito, in questi giorni mi è tornato in mente un episodio:

Ero al primo anno di università.
Avevo 17 anni e sostenni l'esame di Storia delle Dottrine Politiche.
Al termine del quale, ricevetti dall'assistenze del professore una delle definizioni politiche più affascinanti che abbia mai ricevuto:
"Lei" - mi disse - "è un comunista sui generis. Lei è un comunista jüngeriano ".

Comunista jüngeriano.
Potevo mai aspirare a qualcosa di meglio?

Uscire dal Bosco

Rivoluzione.
Che bella parola, che splendido atto!
Alcuni obiettano, di fronte alla possibilità di una rivoluzione, la necessità che essa sia nonviolenta.
"Il pacifismo, la nonviolenza, in un mondo costruito sulla violenza, non sono forse un'opzione rivoluzionaria?".
Bisogna intendersi, dunque, al fine di evitare fraintendimenti: se per rivoluzione si intende l'abolizione dello stato di cose presenti, è impossibile farlo in maniera non violenta.
Ed è questa la mia personale posizione.
Se per rivoluzione si intende il tirarsi fuori dallo schifo attuale, essere "altro" dal sistema dominante, allora è possibile la scelta nonviolenta. 
Io non ci credo.

La Negazione dell'esistente deve essere positiva, se non vuole cedere al nichilismo.
Per essere positiva non può limitarsi al fuggire nel bosco, come l'amato Waldganger.
Prima o poi, da quel bosco dovrà uscire. E appiccare il fuoco ovunque.

"In un mondo costruito sulla violenza, si deve essere rivoluzionari, prima di poter essere pacifisti."
(A. J. Muste)

Dilemma tragicomico

Se non fosse tragica, la situazione sarebbe comica e farebbe ridere a crepapelle. 
Mi riferisco ai tanti filosofi, saggisti, storici e studiosi della Conflittualità contemporanea, in particolare a quelli che si pongono su posizioni antimoderne. Fanno ridere perché riempiono pagine e pagine di libri, di blog, di siti d'informazione, di riviste spiegandoci che il loro è un discorso "meta-politico" o, addirittura, "pre-politico", salvo poi ritrovarli a partecipare alle iniziative di questo o quel partito di estrema destra. 
Parlano dell'Anarca di Junger e poi appoggiano la Lega di Salvini. Citano Evola e scrivono sul Primato Nazionale, organo di Casapound. Si dichiarano pagani e sono iscritti a Fratelli d'Italia. Si decidano, una buona volta: o si schierano fieramente su posizioni antimoderne e quindi rifiutano in toto la società moderna, il suo sistema economico capitalista, il suo mercantilismo, il suo ateismo devoto a questa o quella religione, oppure appoggiano i partiti politici che di questa modernità sono esempio e scempio.
Tertium non datur.

Duplice fallimento

Poteva essere la prova d'appello per l'Umanità. Finalmente si poteva affrontare un problema globale ragionando come specie e non come semplice somma di stati nazionali. Purtroppo bisogna constatare che anche questa prova è stata miseramente fallita.
La pandemia che ha sconvolto il pianeta negli ultimi mesi aveva fatto sperare che, finalmente, gli esseri umani cominciassero a pensare e a pensarsi come comunità, come "terrestri". Invece no: dopo i primi tempi di vuota e menzognera solidarietà umana, si è passati subito allo scontro, alla ripicca, alla polemica di piccolo cabotaggio. L'umanità ha ripreso a ragionare secondo bandiere, steccati, confini: secondo le logiche giacobine degli stati nazionali. Statunitensi contro cinesi, ma anche italiani del nord contro quelli del sud e viceversa. Ognuno ha pensato ai fatti suoi: la Germania, la Svezia, l'Inghilterra.

Il nazionalismo, che è l'ennesimo prodotto dello stato nazionale, nonostante da decenni filosofi e storici vogliano far credere che il nazionalismo preceda la nascita degli stati, ha mostrato la propria totale incapacità di affrontare l'esistente. Trincerati dietro tricolori massonici e bandiere più o meno trendy, gli esseri umani si sono divisi su tutto e non sono stati capaci di affrontare questo maledetto virus contrapponendogli una risposta globale, transnazionale, planetaria.

Cosa rimane, quindi? Rovine, nient'altro che rovine. L'universalismo giacobino e il nazionalismo vecchio e nuovo - che alcuni chiamano "sovranismo", come se cambiare un nome fosse sufficiente a modificare un'essenza - hanno dimostrato di essere due facce della stessa medaglia, entrambi incapaci di fronte alla pandemia. Il loro duplice fallimento è sotto gli occhi di tutti, vedenti o meno.
Tra le rovine, forse, l'unica fiaccola ancora accesa è rappresentata dall'idea che piccole comunità tra loro omogenee innanzi tutto per motivi ideali ("Nell'idea va riconosciuta la nostra vera patria. Non l'essere di una stessa terra o di una stessa lingua, ma l'essere della stessa idea è quel che oggi conta", J. Evola) possano sottrarsi al giogo universalismo/nazionalismo e reagire alla decadenza moderna. Una volta le chiamavamo tribù, clan, persino popoli, prima che questa parola assumesse, col secolo dei Lumi, un significato del tutto opposto a quello reale.
In che modo questi piccoli gruppi coesi di uomini possono farcela? Ritirandosi jungerianamente nel bosco, oppure combattendo l'esistente negandogli ogni vacua possibilità di riforma.