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Pietra tra le acque

Tutto deve essere fluido. La società fluida, la politica fluida, l'economia fluida, il pensiero fluido, persino la sessualità fluida. Ciò che non è fluido, deve diventarlo. E se non lo diventa, che venga distrutto!

Così ragiona l'Uomo Contemporaneo. Così vuole che ragionino tutti. Tutto deve essere fluido, acquoso, annacquato. Le divergenze? Vanno risolte. I conflitti? Inutili sprechi di tempo e fatica, meglio gli accordi, gli inciuci, i compromessi.

Un continuo susseguirsi di "si, però", una infinita sequenza di "ma anche". Nulla è definitivo, stabile, in piedi. L'Uomo Contemporaneo si riempie la bocca di frasi filosofiche orientali. Blatera di essere come canna di bambù, che si piega al vento, senza mai spezzarsi.

No.
Esistono anche uomini che non la vedono così. Uomini che preferiscono spezzarsi, piuttosto che piegarsi. Uomini in mezzo a queste acque paludose scelgono di non seguire la corrente, né di risalirla andando controcorrente.

Uomini che rispetto ai flutti decidono di essere scogli. Pietre tra le acque. E vedremo se il fiume riuscirà a distruggerci, o si prosciugherà nel tentativo.

Dopo

"L'Immortalità è la perpetuazione in eterno di un Grande Errore.
Noi dobbiamo morire, perché solo così avremmo vissuto."

La Morte spaventa. Perché non si conosce e ciò che non conosciamo ci fa paura.
Nessuno è mai tornato dall'Ade o dal Valhalla a raccontarci cosa ci sia "dopo". Tutti sperano che "dopo" ci sia comunque qualcosa o, perché no, qualcuno. Un nostro antenato, un nostro amico, il nostro Amore.
Non esiste civiltà che non abbia avuto, tra i propri miti fondativi, quello del Dopo. Se possiamo accettare che il nostro corpo cessi di esistere qui, su questo mondo, ci riesce più difficile accettare che la stessa sorte tocchi anche all'anima, allo spirito.
Tutti desiderano un'anima immortale, incorruttibile dal tempo e dallo spazio, che possa veleggiare sui venti dell'esistenza. Finalmente libera.
La vita sembra avere senso se si ammette che non finisce con la morte, ma che anzi continui, si perpetui, sino alla fine dei giorni.

E' arrivato il momento di dire NO. E' giunta l'ora di negare l'esistenza di un Dopo.
La giostra finisce hic et nunc, su questa terra. Ognuno fa i suoi giri - qualcuno ne farà purtroppo pochi, qualche altro decisamente troppi! - e poi la giostra si ferma. E non riparte più. Per tutti e per ciascuno.
Dobbiamo imparare ad amare la Vita per quella che è: un Momento, una pausa, un interludio. Può essere un Momento delizioso o tragico, talvolta dipende persino da noi, ma è pur sempre un Momento. 
La vita è l'Eccezione, il grande errore del Nulla.
Se fossimo immortali, nel corpo come nello spirito, questo grande errore sarebbe perpetuo.
E lo stesso farebbe anche il nostro errore: pensare che la vita abbia un senso solo se non termina con la morte, ma se c'è un Dopo.

No, non è così, anzi non deve essere così.
Non è valicando i confini della Morte, invadendola con la nostra immortalità, che la Vita assume valore.
Al contrario: è proprio valicando i confini della Vita e addentrandoci nell'immortalità della Morte che la nostra Vita si compie. Perché si conclude.
E di noi, forse, non rimarrà altro che un ricordo.
Tra polvere e ossa.

Tra vette e abissi

Abbiamo appena iniziato a camminare sulle nostre gambe quando cominciano ad inculcarci una "loro" verità, spietata e inconfutabile: in tanti possono vincere, solo in pochi riescono a confermarsi in vetta.
Ci riempiono di esempi, per farci comprendere che, se è difficile arrivare primi, al termine di un percorso, in cima a una montagna, è ancora più difficile rimanere in testa.

"Perché mai dovrebbe essere questo il mio scopo?", mi permetto di domandare a lorsignori.
Una volta che ho scalato la mia montagna e ho raggiunto la mia vetta, non voglio altro che il tempo necessario per contemplare la Bellezza davanti ai miei occhi e la Fatica dentro di me, quella fatica che mi ha portato a concludere quella impresa. Terminato questo momento di contemplazione, voglio scendere. Intraprendere il cammino a ritroso. Ritornare al campo base. E sognare nuove sfide, nuovi sentieri, nuove vette.
La mia gioia non è nel rimanere in vetta, ma nel raggiungerla. Nel guardare in basso, lasciandomi spaventare dall'altezza, e nel ridiscendere.

Lo stesso discorso non vale solo verso l'alto, ma anche verso il basso. Non solo verso le vette, ma anche verso gli abissi.
Una volta che ho raggiunto il punto più basso, il luogo ove la luce non giunge, il posto dove si sentono gorgogliare le viscere della Terra, non voglio rimanere lì. Lì sotto. Voglio, anzi devo volere, riguadagnare la superficie, tornare a galla, risalire sulla crosta terrestre e - perché no! - tornare nel Bosco.
La mia gioia non è nel rimanere in fondo all'abisso, ma nel raggiungerlo. Nel guardare in lato, dove il Sole continua a splendere, lasciandomi spaventare dalla profondità raggiunta, e nel risalire.

Ci inculcano che l'Essenza di ogni impresa non sia nel portarla a compimento, anche se solo per un istante. Osano persino definirlo "effimero", quell'istante. 
Eppure il nostro Spirito sa che non è così. Lo Spirito della Vita nega questa "loro" verità.
Perché tra vette e abissi, l'essenza della vita è nella Vertigine.

Non basta restare umani, bisogna tornare Uomini

Restiamo umani.
Ce lo ripetono continuamente. Ce lo ripetiamo ogni giorno.
Ogni volta che accade una tragedia. Ogni volta che l'umanità pare scomparire dietro le menzognere vesti del sedicente Progresso. 
Ogni volta che la Modernità mostra il proprio volto disumano, noi ci diciamo di restare umani.

Non basta.
Di fronte alla cloaca immonda che ci circonda, il Mondo Moderno dalle magnifiche sorti e progressive, non basta restare umani.
Bisogna ritornare ad essere Uomini. 
Ritornare, è questa la nostra Rivoluzione. Perché Rivoluzione - per chi non lo sapesse - deriva dal latino Revolutio. Significa "ritorno". 

L'Umanità attuale ha pochi uomini e troppe amebe. 
La nostra Generazione ha questo compito: rivoluzionare la contemporaneità.
Per farlo, deve "ritornare".
Ritornare ad essere Uomini.

"Credo nell'Uomo. Non nell'Umanità."

Agli spiriti giovani

"Attenti, o giovani spiriti!
La guerra contro l’uomo-individuo fu incominciata da Cristo in nome di Dio, fu sviluppata attraverso la democrazia in nome della società, minaccia di completarsi nel socialismo, in nome dell’umanità.
Se non sapremo distruggere in tempo questi tre assurdi quanto pericolosi fantasmi, l’individuo sarà inesorabilmente perduto.
Bisogna che la rivolta dell’“io” si espanda, si allarghi, si generalizzi!

Noi – i precorritori del tempo – abbiamo già acceso i fari!
Abbiamo acceso le torce del pensiero.
Abbiamo brandito la scure dell’azione.
E abbiamo infranto.
Abbiamo scardinato!
Ma i nostri “delitti” individuali devono essere l’annuncio fatale della grande tempesta sociale.
Quella grande e tremenda tempesta che frantumerà tutti gli edifici delle menzogne convenzionali, che scardinerà i muri di tutte le ipocrisie, che ridurrà il vecchio mondo in un mucchio di macerie e di rovine fumanti!

Perché è da queste macerie di dio, della società, della famiglia e dell’umanità, che potrà nascere rigogliosa e festante la nuova anima umana. Quella nuova anima umana che sulle rovine di tutto un passato canterà la nascita dell’uomo liberato: dell’“io” libero e grande."

(Renzo Novatore - Verso il Nulla creatore)

Cristianesimo e Democrazia

"La nostra epoca è un’epoca di decadenza. La civiltà borghese-cristiano-plebea è giunta da parecchio tempo al punto morto della sua evoluzione...
È giunta la democrazia!
Ma sotto il falso splendore della civiltà democratica, i più alti valori spirituali sono caduti infranti.
La forza volitiva, l’individualità barbara, l’arte libera, l’eroismo, il genio, la poesia, sono stati scherniti, derisi, calunniati.
E non in nome dell’“io”, ma della “collettività”. Non in nome dell’“unico”, ma della “società”.

Così il cristianesimo – condannando la forza primitiva e selvaggia del vergine istinto – uccise il “concetto” vigorosamente pagano della gioia terrena. La democrazia – sua figliola – lo glorificò facendo l’apologia di questo delitto e celebrandone la bieca e volgare grandezza...
Ormai lo sappiamo!
Il cristianesimo fu la lama avvelenata piantata brutalmente nella carne sana e palpitante di tutta l’umanità; fu una fredda ondata di tenebra spinta con furia misticamente brutale ad offuscare il tripudio sereno e festante dello spirito dionisiaco dei nostri padri pagani.
In una fredda serata invernale fatalmente piombata sopra un caldo meriggio d’estate! Fu egli – il cristianesimo – che sostituendo il fantasma del “dio” alla realtà palpitante dell’“io”, si dichiarò nemico feroce della gioia del vivere, e si vendicò canagliescamente colla vita terrena.

Col cristianesimo la Vita fu mandata a rimpiangere nei paurosi abissi delle più amare rinunce; fu spinta verso i ghiacciai della rinnegazione e della morte. E da questa ghiacciaia di rinnegazione e di morte nacque la democrazia...
Poiché essa – la madre del socialismo – è figlia del cristianesimo."

(Renzo Novatore - Verso il Nulla creatore)

Mele marce

Un sistema produce ciò che gli serve. Se produce inutilità, vuol dire che gli serve inutilità. Se produce mele marce, vuol dire che gli servono mele marce. E' un controsenso? No, per niente. Il negativo serve ad abbellire il positivo, a farlo sembrare ancor più positivo, a renderlo necessario, inattaccabile, da difendere. Così chiunque vorrà combattere quel poco di buono che c'è nel Sistema, perché quando si abbatte una casa avanzano anche mattoni sani, ma la casa comunque deve andare a terra, verrà tacciato di essere un nemico, un reietto, un folle, un cattivo, un criminale.
Più mele marce ci sono in giro, più varranno le poche mele buone, più Laggente farà a gara per accaparrarsele, per difenderle, per elogiarle. Ogni crostata di mele sembrerà più buona, visto che tra tante mele marce abbiamo selezionato le uniche sane. Se le mele fossero tutte sane, non ci sarebbe mercato. E il Sistema, senza mercato, muore.

Marce non sono le mele, ma l'albero che le produce.
E un albero marcio non va abbellito: va abbattuto.

La casa di Kyōko

"Credere che si debba essere felici per il solo fatto di vivere, pur conducendo un'esistenza orrenda, è un modo di pensare da schiavi; pensare che sia piacevole avere una vita ordinaria e confortevole, è il modo di provare emozioni degli animali; gli uomini, però, diventano ciechi pur di non vedere che non vivono e non pensano da esseri umani. La gente si agita davanti a un muro buio e sogna di comprare lavatrici elettriche e televisori, aspetta con ansia il domani anche se esso non porterà a niente. Ed è lì che compaio io, e per il solo fatto che mostro la realtà nella sua crudezza, si scatena un gran trambusto, tutti si terrorizzano, si ammazzano o compiono un doppio suicidio. Io mostro la forma esatta del tempo, come le vendite rateali o le assicurazioni, soltanto che di sicuro sono più gentile; e poi metto in evidenza il tempo che rotola, quello obliquo, quello accelerato, vale a dire il tempo reale; invece gli addetti alle vendite rateali mostrano il tempo del finto perbenismo, quello piatto, quello edulcorato."

Essere è Nulla

Il Nulla è il contrario di ciò che vediamo, perché è l'unica cosa che non vediamo.
Ciò che vediamo è Apparenza, ossia il contrario dell'Essere.
Perciò, il Nulla è Essere o, per dirla meglio, l'Essere è Nulla.

Non non siamo mai, se non per noi stessi e dentro noi stessi.
Tutto ciò che siamo per gli altri è Apparenza, infatti noi possiamo apparire in un modo a qualcuno e in un modo opposto a qualcun altro.
Solo noi possiamo scoprire chi siamo, conoscere noi stessi. E nemmeno è detto che in una vita riusciamo a scoprirlo. Se mai ci riuscissimo, scopriremmo di essere Nulla, perché se fossimo qualcosa tutti potrebbero scoprirlo e saremmo per tutti quella cosa e nient'altro che quello.
Cosa, appunto, impossibile.

La sfida del Dolore

Il dolore è una sfida per chiunque ha realizzato che la soluzione ai problemi personali non è la vittimizzazione ma la ferrea disciplina e severità.

Queste due cose sono l'unica vera chiave verso la libertà, un concetto che chi ha il coraggio di inseguire , scoprirà presto non essere fatto di spensieratezza e piacere.

Se non fosse così, la virtù stessa non avrebbe senso di esistere, in quanto la tanto mitizzata libertà non richiederebbe il minimo sforzo.

Il pensiero del fuorilegge è un pensiero pericoloso , dopotutto.
Qualsiasi membro , supporter o simpatizzante non può pensare in mezzi termini o fornire spiegazioni a chi è pronto a volersi assicurare di avere a che fare con qualcuno dal pensiero socialmente o politicamente corretto. 
In caso contrario ha già fallito anche solo a mantenere una finta maschera di durezza generata dalla propria pochezza di spirito.

Ficcatelo nella cazzo di testa : qualsiasi sub cultura , movimento , religione, culto, partito o idea incentivata dai più e dall'alto non è e non sarà mai né ribelle o rivoluzionaria. È un prodotto che vi piace e che quindi vende. 
Fanculo ai paladini della morale condivisa.


Antirazzismo trendy

No, non sono razzisti.
Non sono iscritti a movimenti politici di estrema destra.
Non risultano avere simpatie per svastiche, croci celtiche, fasci littori e Ku Klux Klan.
Hanno semplicemente deciso di tirarsi fuori dal gregge di privilegiati che, da un mesetto a questa parte, si inginocchia a destra e a manca per manifestare antirazzismo un tanto al chilo.
Pare che oggi l'unico antirazzismo degno di essere visto e promosso sia quello trendy, quello alla moda, quello di chi si inginocchia o indossa la magliettina BLACK LIVES MATTER.

“Contano i gesti quotidiani, più che i gesti formali”.

Onore a Leclerc e Verstappen.

Scala spirituale ascendente

Quando il colombiano Nicolás Gómez Dávila, il cosiddetto "Nietzsche di Bogotà", pubblicò gli Escolios a un texto implícito, correva l'anno 1977. Una trentina d'anni dopo, da quel testo furono estrapolati, tradotti in italiano e pubblicati i Pensieri Antimoderni.
All'interno di quel libro è possibile ritrovare, tra le centinaia di aforismi e spunti, quella che Dávila chiamò Scala spirituale ascendente.
L'autore colombiano declinava la propria gerarchia dello spirito in quattro gradi

  • Avere idee senza essere intelligente.
  • Non avere idee né essere intelligente.
  • Non avere idee ma essere intelligente.
  • Avere idee ed essere intelligente.

Avere idee senza essere intelligente è una condizione che accomuna gli spiriti pecorili fin dalla notte dei tempi. Oggi, con lo sviluppo tecnologico e l'avvento dei social network, questa condizione è assurta a una sorta di legittimazione sociale ed è molto ambita dai politicanti liberaldemocratici e sovranisti, perché uno stolto megafono di idee può portare tanti voti e favorire l'ingresso nelle stanze del Potere. In parole povere, questa è la condizione di chi, non consapevole della propria stupidità, continua a produrre peti mentali a cui dà il nome di idee.

Non avere idee né essere intelligente è una condizione preferibile alla precedente, in quanto la stoltezza almeno non produce idee né le ripete ad libitum. Questa è la condizione di chi, conscio della propria stupidità, si astiene - per volontà o incapacità - dal produrre peti mentali a cui dà il nome di idee.

Non avere idee ma essere intelligente è una condizione particolare, rara, decisamente interessante. Più che una condizione, è una fase dello sviluppo intellettuale e spirituale di un Uomo: quel momento, più o meno lungo, in cui l'intelligenza ha raggiunto uno sviluppo sufficiente allo sviluppo di idee, ma l'esperienza è ancora relativamente scarsa e la creazione viene necessariamente rimandata ad un secondo tempo. Questi uomini sono Potenza allo stato puro, pronti all'Azione e spinti dalla Volontà.

Avere idee ed essere intelligente è la condizione finale dello sviluppo spirituale di un Uomo. In genere, ma non sempre, si raggiunge in un'età sufficientemente avanzata, quando spruzzi d'argento cominciano a comparire sui capelli e sulla barba. Questa è la condizione dell'Uomo compiuto, che da adesso in poi dovrà continuare a innaffiarsi come un fiore per non lasciarsi appassire. Un Uomo che riuscirà ad affrontare la contemporaneità con aristocratico distacco e con consapevole passione.

Tifosi virtuali, tifosi reali

Applausi scroscianti dopo il triplice fischio, “buuuu” ed ululati all’arbitro che sventola un cartellino giallo sulla testa di un giocatore, infine tremendi boati ai gol, come se ci fossero 100mila sostenitori sugli spalti.

Ho trovato l'esperimento del Virtual Audio disgustoso e pericoloso. 
Disgustoso, perché peggiora decisamente la fruizione televisiva di un evento sportivo che assume i connotati di una partita alla playstation, con tutto quel sapore finto, artefatto, virtuale - appunto - proprio di un videogioco. 
Pericoloso, perché l'idea che si possa sostituire la passione dei tifosi, il trascinante coro delle curve, il trasporto emotivo degli spettatori senza far decadere lo spettacolo dell'evento sportivo, va ostacolata sul nascere, prima che si pensi seriamente che si possa fare a meno delle persone sugli spalti, tanto sono ampiamente sufficienti quelle sedute comodamente sui divani, davanti alla pay-tv.

Il disegno è chiaro: il calcio, da sport popolare, deve diventare sport di massa. Deve, cioè, interessare un numero sempre maggiore di persone, ma senza che queste persone creino problemi. Miglior modo non c'è, quindi, che confinarle dentro le quattro mura domestiche, affossate in poltrone Ikea dalle quali assistere all'evento sportivo tramite la televisione. Allo stadio, se proprio sarà necessario, meglio portare le elites del danaro, ossia coloro che possono spendere ingenti somme per assistere dal vivo a una partita. Da decenni, infatti, si costruiscono stadi a capienza ridotta e i costi dei biglietti continuano a lievitare: lo scopo è manifesto, stadi per le classi sociali alte e televisione per tutti gli altri.
Il Virtual Audio rappresenta un ulteriore passo in questa direzione. Un esperimento che, qualora dia i frutti sperati, verrà riproposto anche quando gli stadi saranno riaperti. Così tutti coloro che non potranno spendere centinaia di euro a partita per portare i loro figli sugli spalti, potranno spendere centinaia di euro l'anno per le pay-tv e "godere" dei cori computerizzati durante la visione dell'evento.
Le elites economiche sugli spalti di stadi-teatro, le masse nei soggiorni con angolo cottura.

Onnivoro

Cani, gatti, maiali, vacche, capre, topi, scimmie. Uomini.
Siamo tutti "Figli di madre Natura". Tutti abitanti di questo pianeta.
I cinesi mangiano i cani, gli europei no.
Gli europei mangiano i maiali, i musulmani no.
Chi ha ragione? Chi sta nel giusto?
Nessuno. E tutti.

Non è relativismo, sia chiaro. E' oggettività. Non ci può essere gerarchia tra un cane e una mucca, tra un maiale e un gatto. Se pensiamo che sia sbagliato mangiare i gatti e condanniamo chi lo fa, dobbiamo aspettarci che altri popoli, altre culture, altre comunità possano fare lo stesso nei nostri confronti, visto che adoriamo rimpinzarci di salsicce e bistecche.

Se ci si vuole tirar fuori da questa disputa, bisogna diventare vegani, così il problema si risolve alla radice.
Altrimenti troveremo sempre qualcuno che si indignerà perché Tizio mangia il maiale, Caio divora un hamburger di bovino, Sempronio abbrustolisce un gatto.
E chi avrà ragione tra Tizio, Caio e Sempronio? Chi starà nel giusto?
Nessuno. E tutti.

Dilemma tragicomico

Se non fosse tragica, la situazione sarebbe comica e farebbe ridere a crepapelle. 
Mi riferisco ai tanti filosofi, saggisti, storici e studiosi della Conflittualità contemporanea, in particolare a quelli che si pongono su posizioni antimoderne. Fanno ridere perché riempiono pagine e pagine di libri, di blog, di siti d'informazione, di riviste spiegandoci che il loro è un discorso "meta-politico" o, addirittura, "pre-politico", salvo poi ritrovarli a partecipare alle iniziative di questo o quel partito di estrema destra. 
Parlano dell'Anarca di Junger e poi appoggiano la Lega di Salvini. Citano Evola e scrivono sul Primato Nazionale, organo di Casapound. Si dichiarano pagani e sono iscritti a Fratelli d'Italia. Si decidano, una buona volta: o si schierano fieramente su posizioni antimoderne e quindi rifiutano in toto la società moderna, il suo sistema economico capitalista, il suo mercantilismo, il suo ateismo devoto a questa o quella religione, oppure appoggiano i partiti politici che di questa modernità sono esempio e scempio.
Tertium non datur.

L'Antica Alleanza

La Modernità ha rotto l'antica alleanza tra Uomo e Natura. L'Uomo è l'unico animale che non si adatta alla Natura né si limita a difendersi dai rischi della stessa, ma vuole che sia la Natura ad adeguarsi a lui e per questa prova a piegarla, a denaturalizzarla. 

L'Uomo Moderno, addirittura, non vede la Natura soltanto - e già sarebbe grave - come qualcosa di cui servirsi per proprio profitto e convenienza, ma come un ostacolo da abbattere e cancellare.

Ignorando il più grande insegnamento della vita: l'Uomo, per quanto si consideri evoluto, resta pur sempre un animale. La sua essenza più profonda, il suo spirito ancestrale, è  ferale.

E così rimarrà, altrimenti l'Uomo non sarà. Più.